La verità sul cappotto di Knut, rivelata da un gallese
di Paolo Negri
Cosa gli faceva più male? Le bugie della madre, quel che gli aveva detto il gallese dalla barba rossa o gli occhi sprezzanti di lei?
Guardava fisso il suo primo boccale di birra, lo strinse con la volontà di frantumarlo in mille pezzi. Nel mentre il suo interlocutore si fermò, sospeso sulla parola “Oppure”.
Oppure che cosa? Aveva aspettato sedici anni per quel momento. Sedici anni per indossare quel cappotto odore del mare in tempesta, tenuto lì a dormire nell’armadio, spazzolato tutte le domeniche, unico ricordo tangibile di un padre scomparso troppo presto.
Certi giorni si inginocchiava persino al suo cospetto, santificando quell’indumento logoro, stinto ma pieno di avventure vissute. Gli avrebbe portato fortuna.
“Ma non vedi che sei troppo piccolo? Non escono neanche le mani dalle maniche! Affondi lì dentro. Mi fai tanto ridere!” gli ripeteva la madre stringendolo tra le braccia e raccontandogli di come suo marito si era meritato quel cappotto.
Lui quella storia la sapeva a memoria e se la ripeteva di continuo. E quando ebbe l’età per iniziare a lavorare giù al porto, mestiere umile e di fatica, sorrideva al pensiero che tutti conoscessero com’era andata, perché lui era il figlio di Knut. E Knut vestiva un abito da capitano avuto in modo da esserne orgogliosi.
Così aveva aspettato che le sue braccia fossero abbastanza lunghe e le guance un minimo irsute per entrare nel bar dei pescatori con la testa alta.
Ma quando svelò quella storia alla cameriera dagli occhi verdi e i capelli di polpo, sua innamorata che non vedeva l’ora di approcciare, tutto mutò.
“Quanto sei ingenuo! Qua tutti conoscono chi era veramente tuo padre… Solo tu ne conosci un’altra versione. Falsa come le promesse d’amore”. E la birra, battuta malamente sul tavolo, fece un’onda che andò a spegnersi sulla lana delle maniche. Lo stupore misto allo sconforto fu invaso da un uomo che ogni tanto incrociava al porto. “Senti, io lo conoscevo bene il tuo babbo. Ho ascoltato cosa lei ti ha detto”. E gli raccontò com’era andata realmente la vicenda.
La pancia del giovane cominciò a stringersi, aggrovigliarsi. Ora non era più solo delusione e sorpresa ma dolore, rabbia e odio.
“Lo so, tutto questo fa male. Puoi maledire tuo padre, tua madre, la cameriera, me, la povertà, la fame e cosa costringe a fare”.
Poi venne quell’”Oppure”.
Guardava fisso il suo primo boccale di birra, lo strinse con la volontà di frantumarlo in mille pezzi. “Oppure puoi fregartene di quello che pensa la gente e indossare con orgoglio la verità. È così che si diventa capitani, fidati! E te lo dice uno che non ne ha mai avuto il coraggio. Forza ragazzo!”.
E il gallese dalla barba rossa, dandogli una pacca sulla spalla, se ne andò.
Racconto di Paolo Negri (www.ilcavedio.org)
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