«Papà sei vivo»: il ricordo di Folkmar Stoecker, 50 anni dopo l’attentato di Stoccolma
Il figlio dell’ambasciatore tedesco sopravvissuto all’attacco terroristico della Rote Armee Fraktion rievoca i giorni del sequestro e la gioia dell’abbraccio con il padre salvo per miracolo
«Non potrò mai dimenticare quel giorno, quando vidi mio padre uscire salvo dall’ambasciata tedesca di Stoccolma, lo abbracciai gridando: “Papà sei vivo!”».
Sono passati cinquant’anni dall’attentato dei terroristi della Rote Armee Fraktion (RAF) – il gruppo noto come “Baader Meinhof” – che il 24 aprile 1975 prese d’assalto la sede diplomatica della Germania Ovest in Svezia. Una vicenda drammatica che segnò la stagione del terrorismo europeo e che Folkmar Stoecker, oggi residente a Brezzo di Bedero sul Lago Maggiore, ricorda lucidamente.
DAL VIETNAM ALLA SVEZIA
All’epoca Folkmar aveva 32 anni. A sua volta giovane diplomatico in carriera, era appena rientrato da Saigon, dove aveva vissuto l’evacuazione concitata seguita al ritiro americano dal Vietnam. Suo padre Heinz Dietrich Stoecker, ambasciatore tedesco in Svezia, fu tra gli ostaggi catturati dai terroristi della Raf che chiedevano la liberazione di alcuni loro compagni detenuti in Germania. «Ricevetti una telefonata – racconta l’ex diplomatico – mi dissero che l’ambasciata era stata presa d’assalto e che mio padre era tra gli ostaggi».
Folkmar Stoecker partì subito per Stoccolma insieme a una delegazione del governo federale tedesco. Le autorità svedesi, però, non permisero alla Germania, allora divisa in Est e Ovest, di intervenire direttamente: ufficiali e funzionari tedeschi vennero confinati in un centro di crisi.
«Io invece, in quanto figlio dell’ambasciatore, ebbi la possibilità di entrare in contatto telefonicamente con i terroristi per cercare di trattare. Una situazione ambigua: non un negoziatore ufficiale, non un semplice familiare, ma il figlio di un ostaggio. Presi coraggio e iniziai a trattare con i terroristi».
ORE DRAMMATICHE
Il commando terroristico “Holger Meins“, così chiamato in memoria di un loro compagno morto in prigione durante uno sciopero della fame collettivo, era composto da cinque uomini e una donna e chiedeva il rilascio dei membri della RAF detenuti nelle carceri tedesche, sotto la minaccia di far saltare in aria l’ambasciata. I terroristi avevano preso tredici funzionari in ostaggio, tra cui l’ambasciatore Heinz Dietrich Stoecker, per poi occupare i piani superiori dell’edificio, dopo averlo imbottito con quindici chili di tritolo. E per dare un segnale chiaro alla polizia svedese che presidiava tutta l’area intorno all’ambasciata tedesca, portarono un ostaggio sul pianerottolo dello stabile e lo uccisero in diretta, annunciando che ne avrebbero ucciso uno ogni ora fino a quando le loro richieste non fossero state soddisfatte. Stessa sorte toccò a un secondo funzionario, costretto a mettersi davanti alla finestra in modo che tutti potessero vedere l’esecuzione. Il governo tedesco di allora, presieduto dal cancelliere Helmut Schmidt, optò per la linea dura: nessuna concessione ai terroristi della “Baader Meinhof“.
L’ESPLOSIONE
Le trattative si interruppero bruscamente. Mentre la polizia svedese si preparava a prendere d’assalto l’edificio, l’ambasciata fu scossa da una serie di violente esplosioni. Uno dei terroristi aveva innescato accidentalmente una bomba, che lo aveva ucciso. «Mio padre e gli altri ostaggi si salvarono per miracolo – ricorda Folkmar -. Erano distesi faccia a terra e l’onda d’urto non li investì completamente. Riportarono alcune ferite ma erano salvi».
Poco dopo, arrivò anche la telefonata liberatoria: «Un dirigente tedesco mi comunicò che tutto era finito. Quando vidi mio padre uscire sulle sue gambe dall’ambasciata provai una gioia indescrivibile. I giornali immortalarono il nostro abbraccio con il titolo: “Padre, tu vivi!”».

IL BUON RITIRO
Quell’episodio è tornato alla memoria di Folkmar Stoecker anche grazie al cinema. L’ex diplomatico è andato più volte a Berlino per partecipare alla sceneggiatura di “Stoccolma 1975. Terrore all’ambasciata tedesca“, un documentario sull’attentato.
Dopo una lunga carriera diplomatica, con una tappa anche a Roma, Folkmar ha scelto Brezzo di Bedero, in provincia di Varese, come buen retiro: «Ho peregrinato per il mondo, ma qui ho trovato la mia casa».
A confermare il fascino discreto del borgo affacciato sul Lago Maggiore è anche il sindaco, Daniele Boldrini: «A Brezzo di Bedero arrivano spesso personalità importanti. Sembra che i diplomatici amino questo luogo: proprio vicino a Folkmar si è appena trasferito un giovane console a cui diamo il benvenuto».
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