Nel “mondo di sotto“ con Guglielmo Ronaghi, lo speleologo che insegna a leggere l’oscurità

Il mondo sotterraneo ha sempre affascinato l’immaginario collettivo fra letteratura e grande schermo. Ma cosa significa davvero esplorare ciò che si nasconde sotto i nostri piedi? Ne parliamo col fondatore del Gruppo Speleologico Prealpino. A chi ha paura delle grotte dice: “È più un passaggio mentale che fisico. Provate"

L’Inferno di Dante, il “Viaggio al centro della Terra” di Jules Verne, oppure tante altre suggestioni letterarie e cinematografiche: quando si parla del mondo di sotto, l’immaginazione corre subito ai luoghi nascosti e misteriosi che da sempre affascinano l’uomo. Per capire cosa significhi davvero esplorare quell’ambiente che sta sotto di noi — e che spesso resta invisibile — abbiamo ospite a La Materia del Giorno Guglielmo Ronaghi, speleologo e figura di riferimento del Gruppo Speleologico Prealpino.

Partiamo dal titolo della puntata: come si diventa speleologi? Qual è il percorso necessario per avvicinarsi a questa disciplina?
«Per diventare speleologi serve un percorso strutturato che unisca esperienza diretta e formazione tecnica. Si comincia con corsi specifici di introduzione alla speleologia, indispensabili per apprendere le basi della progressione e della sicurezza. La speleologia è un’attività particolare e richiede preparazione attenta, ma accessibile.»

Prima dei corsi, però, una curiosità personale: come ti sei avvicinato tu alla speleologia? Quando hai capito che quel mondo sotterraneo sarebbe diventato parte della sua vita?
«La mia è una storia particolare. Sono cresciuto in Valceresio, zona carsica piena di grotte. Da ragazzino esploravo quei boschi e quei buchi nella roccia, spinto dalla curiosità. Nel 1981, quando avevo 15-16 anni, incontrai alcuni speleologi che cercavano nuovi ingressi in zona. Qualcuno disse loro che “quel ragazzo conosce dei posti” e così mi coinvolsero. Da lì è nata una collaborazione che si è trasformata in passione e poi in appartenenza a un gruppo speleologico vero e proprio.»

E oggi, come ci si avvicina alla speleologia? Quali sono gli enti che curano l’accesso alla disciplina?
«In Italia la speleologia è regolamentata e strutturata. I due principali riferimenti sono il CAI, Club Alpino Italiano, attraverso le sue sezioni e gruppi speleologici, e la Società Speleologica Italiana. Sono loro a gestire corsi di introduzione e di specializzazione. Chi vuole intraprendere questa strada può rivolgersi tranquillamente a queste realtà.»

Voi come Gruppo Speleologico Prealpino organizzate corsi?
«Sì, ogni anno. Io sono istruttore nazionale di speleologia e quindi autorizzato a organizzare corsi di introduzione e corsi specialistici. Puntiamo molto sulla didattica e sulla sicurezza».

Serve una grande preparazione fisica per cominciare? O basta la curiosità?
«Serve un minimo di forma fisica, ma soprattutto familiarità con la natura e il movimento. Non è un’attività “da rambo”: è adatta a tutte le età. Nei nostri corsi abbiamo avuto persone over 70 che facevano la loro prima esperienza. Abbiamo persino un socio attivo che sta per compiere 90 anni e festeggerà il compleanno in grotta!»

Veniamo al tema della sicurezza, che è centrale. Come si affronta una grotta in modo sicuro?
«Le grotte sono ambienti ostili all’uomo: non sono percorsi turistici con passerelle e luci. Serve preparazione tecnica. La progressione su corda, soprattutto nei tratti verticali, va conosciuta bene. Gli incidenti capitano, ma sono rari considerando che ogni weekend migliaia di speleologi si muovono sotto terra. La formazione è fondamentale: conoscere le attrezzature e i rischi riduce drasticamente la possibilità di errori.»

Qual è l’errore più comune dei principianti?
«La paura. È normale, ma può far perdere lucidità. Il rischio è non utilizzare correttamente l’attrezzatura. Per questo gli istruttori sono sempre vicini: fermiamo, facciamo respirare, e guidiamo passo passo. La calma è parte della tecnica.»

E per quanto riguarda i costi? L’attrezzatura è un ostacolo?
«Direi di no. Con due-trecento euro si acquista l’essenziale: casco con illuminazione, tuta, kit per la progressione su corda. È un hobby accessibile.»

Entriamo nella parte più emozionale. Cosa si prova la prima volta che si entra in grotta? E soprattutto: cosa si prova a scoprire un ambiente nuovo, inesplorato? Ti è capitato?
«Sì, molte volte. Negli anni ’90 abbiamo esplorato la Grotta Schiaparelli sul Campo dei Fiori, la più profonda della provincia di Varese. Abbiamo superato frane, strettoie, pozzi verticali… L’emozione più grande è vedere per primi un ambiente dove mai nessuno era entrato. Sapere che quello che vedi non l’ha mai visto un essere umano prima di te è qualcosa di indescrivibile.»

Esiste una speleologia turistica?
«Sì, esiste. Ci sono grotte semplici che possono essere visitate con accompagnamento. Nel Varesotto ci sono l’Orio di Cunardo, la Grotta Marelli, la Grotta Remeron. Organizziamo anche uscite divulgative per chi vuole solo conoscere questo mondo senza diventare speleologo. Ogni anno accompagniamo circa duemila ragazzi delle scuole.»

A proposito di territorio: quanto c’è ancora da scoprire nel sottosuolo della provincia di Varese?
«Moltissimo. Migliaia di grotte sono state mappate, ma rappresentano solo una minima parte. Il grosso resta inesplorato, spesso oltre barriere fisiche insuperabili. Il sottosuolo varesino è ricchissimo e ancora pieno di segreti.»

Collaborate con enti e studiosi del territorio?
«Certo. Le grotte sono vie privilegiate dell’acqua: ciò che accade sotto terra influenza direttamente le sorgenti. Per questo collaboriamo con comuni ed enti per studiare sistemi idrogeologici, qualità dell’acqua e tutela delle aree carsiche.»

Tornando ai corsi: quanto durano e come sono strutturati?
«Circa cinque settimane. Una lezione teorica serale, di solito il mercoledì, per affrontare geologia, meteorologia ipogea e tecniche. La domenica, invece, uscite pratiche: prima in palestra di roccia per imparare a muoversi su corda, poi in grotta. Il percorso è graduale e sempre assistito.»

Ultima domanda. Cosa diresti a chi è affascinato dall’idea della grotta ma ha paura degli ambienti chiusi?
«Direi: prova. Organizziamo uscite di avvicinamento proprio per questo. La maggior parte di chi prova, poi continua. È più un passaggio mentale che fisico. E in grotta non si è mai soli: si è sempre con persone esperte che guidano e rassicurano.»

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Andrea Camurani
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Pubblicato il 28 Novembre 2025
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