All’Insubria nasce una nuova voce: dialogo aperto e un’università più inclusiva
L’Associazione dell’Università dell’Insubria è una realtà giovane ma già attivissima: eventi culturali, volontariato, viaggi studio e un grande sogno condiviso: creare spazi di meditazione e accoglienza per tutti, dentro e fuori l’ateneo
Non è solo un’associazione universitaria. È una casa culturale, un ponte tra mondi, una voce nuova che prende forma tra le aule dell’Università dell’Insubria e che prova a cambiare il modo di stare insieme. Si chiama Associazione Studenti Musulmani dell’Insubria (ASMI o SMI) ed è una delle realtà più giovani, vive e inclusive nate in ateneo negli ultimi anni.
A raccontarla a Soci All Time su Radio Materia è Hanae El Hassak, studentessa di Economia e Management, italo-marocchina, tra i fondatori dell’associazione: «Siamo nati per colmare un vuoto. L’università ti forma sul piano accademico, ma su quello umano spesso ti lascia solo».
Un’associazione nata dal bisogno di dialogo
ASMI nasce ufficialmente nel 2024, anche se le prime riunioni risalgono alla fine del 2023. Sette studenti, un’idea comune: creare uno spazio in cui parlare di identità, diversità, inclusione, cultura, religione, senza filtri e senza pregiudizi.
«Abbiamo notato che dentro l’università mancavano momenti veri di confronto tra culture e persone diverse», racconta Hanae. «Non basta studiare economia o storia se poi non si impara a conoscere l’altro». L’Associazione si fonda sui valori costituzionali di libertà di culto, pensiero e rispetto delle differenze ed è sostenuta dall’Università tramite bandi per le attività studentesche.
Il calendario è vario e in continua evoluzione. Dai “salotti intellettuali” per discutere di razzismo, stereotipi e identità, alle escursioni e attività sportive, fino ai laboratori pratici come il corso di calligrafia araba, frequentato anche da chi non conosce l’alfabeto.
Poi c’è la cucina, che diventa strumento potentissimo di incontro: tè dal mondo, piatti tradizionali portati dai soci, serate di condivisione culturale dove il cibo racconta le storie più di mille parole.
E ancora: viaggi studio come la visita all’ONU di Ginevra, organizzata con il supporto dell’ateneo, che ha coinvolto una quarantina di studenti, soprattutto di Storia.
Quando il volontariato diventa ponte
ASMI è anche mediazione culturale. In collaborazione con la Camera di Commercio e realtà territoriali, l’associazione ha aiutato persone straniere in cerca di lavoro, orientandole tra corsi, enti e servizi.
«Molti avevano difficoltà linguistiche. Noi parlavamo arabo, francese, inglese: siamo diventati ponti umani», racconta Hanae. «È stata una delle esperienze più intense, il volontariato ti cambia».
Crescita personale, non solo collettiva
L’associazione è anche una palestra di vita. «Prima non avrei mai parlato in pubblico», ammette Hanae. «Ora mi sento più forte, sicura. Qui cresci come persona, impari a relazionarti, sviluppi soft skills fondamentali».
Il gruppo conta una trentina di soci, ma è aperto a tutti: studenti e cittadini, giovani e adulti, credenti e non. La risposta della città è incoraggiante: durante alcune proiezioni seguite da dibattito, la maggioranza del pubblico era over 50.
Un sogno: lo spazio della quiete
Il sogno “impossibile” sta diventando reale: creare all’interno dell’università uno spazio interreligioso di meditazione, aperto a tutti. Non una stanza per una religione, ma un luogo per il silenzio, la riflessione, la preghiera, la mindfulness.
«Ci scrivono studenti internazionali chiedendo dove pregare», racconta Hanae. «Oggi non c’è risposta, se non corridoi o sottoscala. Non è dignitoso».
Non solo: si pensa anche a spazi per le giovani mamme, per l’allattamento, per il benessere psicologico degli studenti. Una visione di università che non forma solo professionisti, ma cittadini.
Comunicazione e futuro
ASMI è attiva su Instagram e LinkedIn, dove racconta eventi e opportunità. È in fase di iscrizione al RUNTS, per ampliare l’accesso ai finanziamenti e rafforzare la rete.
«Vogliamo costruire, non dividere, essere musulmani non è una barriera. È un punto di partenza per comprendere meglio il mondo», conclude Hanae.
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