Il suono come autoritratto: Beatrice Rana alla Scala

Un concerto intenso e contemporaneo tra Prokofiev, Debussy e Cajkovskij, dove tecnica assoluta e poesia del suono trasformano il tempo in emozione condivisa

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Sono le 22 e 30 e ammiro la facciata del Teatro alla Scala che sembra ancora più bella, illuminata. Può sembrare che io stia aspettando qualcuno e magari è così: una buon’anima che mi indichi la via di casa.
E ne avrei bisogno perché mi sembra di fluttuare, di navigare sulla terra ferma (Come un mare la musica mi rapisce…)
In realtà non voglio staccarmi subito dal turbine di emozioni, suggestioni, immagini che sento pervadermi, risuonando come un diapason.
Faccio davvero fatica ad allontanarmi, quasi volessi ascoltare ancora un’eco del concerto appena terminato.
Pianista: Beatrice Rana, una delle più grandi pianiste del panorama concertistico internazionale. Sul suo sito (beatricerana.it) si può leggere l’agenda dei concerti: impressionante.
Tutti i più prestigiosi teatri e sale hanno in programma un suo recital e il calendario è fittissimo.
Programma: S. Prokofiev: selezione da dieci pezzi per pianoforte da Romeo e Giulietta Op. 75 (Capuleti e Montecchi, Padre Lorenzo, Giulietta ragazza, Mercuzio)
C. Debussy: Studi, volume secondo
P.I. Cajkovskij: da Lo schiaccianoci op. 71 (trascrizione per pianoforte di M.Pletnev) (Marcia, Danza della Fata Confetto, Intermezzo)
S. Prokofiev: Sonata n. 6 in la magg. Op. 82.
Sulla Rivista del Teatro il concerto è stato intitolato: il recital come autoritratto. Concordo, volendo connotare il programma proposto, così ricco di forti contrasti, rappresentativo del sentire della pianista connesso alla realtà che ci circonda.
Un programma che definirei attuale, contemporaneo, perché vengono evocate le inquietudini, la preoccupazione, l’ansia per la situazione internazionale, che ci lascia allibiti e increduli, e nello stesso tempo portatore di un messaggio di speranza, fiducia, con la convinzione che la “nobiltà dello spirito” dell’uomo saprà prevalere. E la centralità, il focus sull’uomo si sono definiti proprio nella peculiarità preziosa che ha contraddistinto l’intero concerto: il suono del pianoforte di Beatrice. Anzi, l’infinità dei suoni del suo pianoforte.
Tempo fa vidi alla televisione una intervista alla pianista nella quale affermava: “per suonare in concerto ci vogliono mente fredda e cuore caldo”. Ed é così. Lei é così.
Mente fredda: una tecnica solidissima, granitica, che le permette di affrontare con sicurezza e determinazione passaggi assai complessi, virtuosistici. Lucidità di pensiero espositivo, perseguita con coerenza assoluta. Capacità analitica eccezionale che si evidenzia in una profondità esecutiva direi fenomenologica, fin negli strati più profondi.
Cuore caldo: espressività poetica, timbrica fenomenale, sfumature dai mille colori che disegnano arabeschi pianistici di grande suggestione.
Difficile sintetizzare in poche righe tutte le emozioni provate e il fascino meraviglioso che ha avvolto ogni brano eseguito considerando che il programma proposto è stato assai impegnativo, complesso e intenso; ritorniamo quindi al suono del pianoforte di Beatrice.
Lei lo ha cesellato con sapienza raffinatissima, nelle sue infinite sfumature e questo ha pervaso l’intero programma, assumendo colori e dinamiche secondo l’autore eseguito, come un vestito cucito su misura.
Con una tecnica sopraffina, un dosaggio dei pesi della massima precisione, una tensione espressiva costante sempre ricercata e voluta, la pianista ha interpretato i brani conferendo loro il carattere perfetto.
Nei quattro pezzi di Prokofiev il pianoforte diviene spazio scenico con stili assai diversi nella successione dei brani.
Grande vigore espressivo, scene e personaggi scolpiti con taglio teatrale.
In Cajkovskij la meravigliosa eleganza, il respiro poetico, l’incontenibile fantasia creativa (la trascrizione di Pletnev è geniale: riproduce la magia del balletto in un linguaggio pianistico con difficoltà trascendentali): l’artista ha reso tutta la varietà timbrica della partitura orchestrale originale ed abbiamo ascoltato anche tutti i suoni dell’orchestra.
In Debussy, analogamente a quanto composto da Chopin, cui questi studi sono dedicati, l’intento didattico (“Studi”) e la difficoltà tecnica costituiscono lo spunto creativo per realizzare capolavori che trascendono l’intenzione originaria.
E vengono evocati, nel puro jeu, l’immaginazione, il relativismo, l’emergere della memoria involontaria, l’inconscio, la simbologia “iridescente” (S.K.Langer: Sentimento e forma). Arte pura, intesa come creazione di forme simboliche del sentimento umano. Quindi la meditata e complessa Sonata n. 6, la prima fra le cosiddette “Sonate di guerra” di Prokofiev, grande partitura di drammatica tensione espressiva, di solida forma e dura nel linguaggio armonico.
Ed è il suono che ha dato logica, lucidità, chiarezza al pensiero espositivo degli autori e interpretativo della pianista.
La maestria dei compositori è stata resa da Beatrice con eleganza e naturalezza: anche nei momenti più marcati, pesanti, non c’è mai stato nulla di “muscolare”, di forzato, ma tutto è risultato nella logica del discorso musicale con una fluidità spontanea, logica.
E nessuna teatralità, nessuna concessione “all’immagine”. La gestualità è sempre stata contenuta, coerente con il momento espressivo, sincera compartecipazione fisica alla dinamica del momento. Sempre al servizio della musica, mai il contrario, con una umiltà pari al suo talento.
Ci sono stati momenti nei quali l’artista ha aperto squarci visionari, illuminando aperture inaspettate e inaudite, a testimoniare la straordinaria capacità della musica, quando eseguita da interpreti di così alto livello, di rigenerarsi, di suggerire percorsi nuovi, di spalancare orizzonti, paesaggi inesplorati, pur rimanendo sempre fedele a se stessa nell’assoluta aderenza al testo.
Due bis: ancora uno studio di Debussy e lo studio in Do diesis minore op.2 n.1 di Scriabin, eseguito con una grazia, un’eleganza, una classe, una intensità eccelsi. Una carezza, un abbraccio a tutti noi. Un arrivederci affettuoso, un ringraziamento alla nostra partecipazione. In un attimo, così mi è parso, il concerto è terminato. Nell’atmosfera ovattata della sala lo scorrere del tempo non ha nulla di cronologico. Il tempo viene definito dalle emozioni, dalla commozione, dagli arabeschi del fraseggio: la bellezza dei concerti è proprio quella di cogliere la precarietà e l’irripetibilità dell’attimo, che non sarà mai più lo stesso, in una dimensione temporale costruita sul respiro poetico sincrono dell’artista con il pubblico. E’ il sentirsi in qualche modo con-partecipi dell’evento artistico; è unico, proprio e sicuramente da ricordare. Mi incammino verso casa.
Ammiro il Duomo nelle luci della notte tenendomi stretta tutta l’emozione che ancora mi pervade e che voglio conservare.
Un concerto come un respiro – profondo – di infinita bellezza.
De la musique avant toute chose … tout le reste est littérature.

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Pubblicato il 28 Gennaio 2026
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