La presidenza come feed

Come leggere la presidenza Trump senza scorciatoie (“è matto”, “è fascismo”), partendo dai nuovi dati sul suo comportamento pubblico

Generico 26 Jan 2026

Qualche giorno fa una persona che stimo, per la vivacità intellettuale e il servizio alla comunità, mi ha raccontato del suo ultimo viaggio a New York: era lì per festeggiare i cinquant’anni della moglie, una di quelle ricorrenze speciali che si ricordano con tutta la famiglia, con leggerezza e gratitudine.

Poi, camminando, è successo qualcosa di piccolo e enorme insieme. Sul selciato, quasi per caso, o forse no, ha visto una striscia di pietra incisa nel marciapiede: “September 28, 1951 — Alcide De Gasperi, Premier of Italy”. Non era una pietra d’inciampo nel senso europeo del termine, ma un frammento del “Canyon of Heroes”, il percorso che a Lower Manhattan ricorda le ticker-tape parades: quelle parate in cui New York faceva piovere carta dai palazzi per onorare un ospite. E in quel 1951, dietro quel nome, c’era molto più di una visita: l’Italia del dopoguerra, l’ombra lunga della Guerra Fredda, e perfino la richiesta, umana, politica, di una via d’uscita per un Paese che allora cercava futuro anche nell’emigrazione.

Mi ha detto che si sono fermati. Che hanno fatto festa lì, sul marciapiede, come se quella pietra fosse un invito. E mi ha aggiunto un dettaglio che mi ha spiazzato: mi ha raccontato che la moglie di De Gasperi, Francesca, era (a suo dire) monarchica, e che tra loro, pur con differenze vere, c’era un legame fatto anche di lettere bellissime. Non ho modo di verificare quel tratto “monarchico” della moglie, ma l’idea delle lettere sì: quelle lettere esistono davvero e raccontano un modo di stare nella complessità che oggi sembra quasi un reperto.

E allora mi è rimasta addosso una domanda semplice: dove sono finiti gli Stati Uniti che conoscono e celebrano i leader delle democrazie, quelli che ricuciono invece di strappare?
Dove sta quell’America, nell’era del secondo mandato di Trump?
Per provare a rispondere bisogna evitare le scorciatoie. Non basta dire “è matto”. E nemmeno basta dire “è fascismo”, parola che spesso chiude il discorso invece di aprirlo. Serve un modo di leggere che non dipenda dalla psicologia di un uomo, ma dalla struttura di un metodo.

Iniziamo dai numeri

I numeri hanno un pregio: non ti chiedono di indovinare l’anima di nessuno. Ti costringono a guardare un fatto. Secondo il Guardian, nel primo anno del secondo mandato, Donald Trump ha pubblicato più di 6.000 post, fatto oltre 433 eventi stampa aperti e prodotto circa 2,4 milioni di parole trascritte. Che tipo di sistema di governo produce una presidenza che parla così tanto, così spesso, così in tempo reale? (qui la fonte).

La presidenza come feed. Nelle democrazie “classiche” il potere esecutivo governa soprattutto con atti: leggi, regolamenti, bilanci, trattati, nomine. La comunicazione accompagna e spiega. Qui il rapporto sembra ribaltato: il flusso è già un’azione. Nel racconto del Guardian, i diplomatici non monitorano per curiosità: monitorano perché un annuncio capace di spostare mercati e alleanze può arrivare a qualsiasi ora, mescolato a invettive, autocelebrazioni e teorie del complotto. Metafora concreta: non è più un governo “a delibere”, è un governo “a meteo”. Non chiedi “qual è la decisione?”, chiedi “che tempo fa oggi sulla Casa Bianca?”. Il risultato pratico è sempre lo stesso: sposti l’energia di tutti gli altri dal fare al reagire. E chi reagisce, per definizione, arriva tardi.

La nebbia non è un incidente: è un vantaggio operativo

Per capire perché questa dinamica funziona anche quando sembra “sbagliata”, è utile un modello semplice (e brutale): una “manichetta” ad alta pressione di messaggi fasulli: volume alto, ripetizione, velocità, e scarsa cura della coerenza. Il punto non è convincere con un argomento; è saturare. La lezione utile è cognitiva prima che politica: quando il flusso è continuo, la verifica è discontinua. E la smentita, quasi sempre, è più lenta dell’affermazione. Metafora concreta: se ogni giorno ti lanciano addosso cinquanta palline, tu ne prendi cinque. Le altre quarantacinque restano a terra e diventano paesaggio.

Erosione democratica

Non “fascismo”: erosione democratica e auto-rafforzamento del potere esecutivo. Qui veniamo all’antidoto più utile contro le scorciatoie. Dire “è matto” chiude. Dire “è fascismo” spesso polarizza e basta. La scienza politica, negli ultimi anni, ha messo a fuoco concetti più pratici per leggere le democrazie che si degradano senza carri armati. Uno di questi è erosione democratica: l’erosione degli equilibri democratici dall’interno. Un altro è auto-rafforzamento del potere esecutivo: quando un leader eletto amplia gradualmente il potere erodendo controlli e contrappesi.

Il vantaggio di queste parole non è accademico. È operativo: ti dicono dove guardare. Non solo ai toni. Ma a nomine, poteri amministrativi, giustizia, regole elettorali, funzioni di polizia, rapporto con media e società civile. E ti ricordano una cosa più ampia: questa dinamica non nasce nel vuoto. Gli analisti descrivono una tendenza globale di autocratizzazione che coinvolge anche regioni storicamente “stabili”, con arretramenti spesso graduali, ad esempio in termini di libertà di espressione.

Nel pezzo del Guardian c’è un passaggio che sembra folklore e invece è struttura: alcune ambasciate seguono Fox News perché credono che quel canale influenzi direttamente le priorità del presidente. Non è una curiosità mediatica. È un segnale di personalizzazione cognitiva del potere: una parte della policy diventa un circuito di input narrativi che entra dritto nel centro decisionale. Non è una cabina di regia piena di strumenti. È un impianto audio in cui alcuni cavi vanno direttamente all’amplificatore.

Come orientarsi con tre lenti pratiche

Se vogliamo restare lucidi, dobbiamo provare a separare meteo da meccanica, e meccanica da cemento. La prima lente è quella del “feed”. Qui guardiamo ciò che obbliga tutti a reagire: dichiarazioni, minacce, annunci, attacchi. Il feed è il “tempo atmosferico” che fa muovere mercati e alleati. Ad esempio, il 17 gennaio Trump ha annunciato tariffe aggiuntive e crescenti su otto Paesi europei, legandole alla possibilità per gli USA di “comprare” la Groenlandia. È feed puro: anche prima che sia reale, produce movimento.

Con la lente della “macchina”, la seconda, non guardiamo “cosa dice”, ma “cosa cambia negli ingranaggi”: quali leve vengono caricate, quali dossier vengono riaperti, quali contromisure diventano pronte. Ad esempio, il 23 gennaio la Commissione europea ha indicato che proporrà di sospendere per altri sei mesi un pacchetto di contromisure commerciali da 93 miliardi di euro che altrimenti sarebbe scattato a inizio febbraio. Questa non è “narrazione”: è una leva con un calendario.

Infine, con la lente del “cemento” ci chiediamo cosa resta, cosa si consolida, cosa diventa precedente? Il cemento sono le pratiche che, ripetute, cambiano la normalità. Ad esempio, tra Davos e i giorni successivi Trump ha “ritirato” la minaccia tariffaria legata alla Groenlandia, parlando di un “framework” negoziale con la NATO, e Reuters ha descritto l’effetto “frustata di ritorno” sugli alleati dovuto a una diplomazia molto centralizzata e personalizzata. Anche se la minaccia rientra, l’abitudine resta: usare l’arma commerciale come leva geopolitica sugli alleati. È così che un episodio diventa standard.

Tornare a De Gasperi, senza nostalgia

Il punto non è rimpiangere un’epoca “più pulita”. È capire cosa rende una democrazia robusta quando arriva la tempesta. C’è una frase che in Italia viene spesso attribuita a De Gasperi “Un politico guarda alle prossime elezioni; uno statista guarda alla prossima generazione.” A me interessa il senso, non la paternità. Il senso è una bussola: esiste un tipo di leadership che costruisce condizioni perché gli altri possano vivere, e un tipo di leadership che costruisce condizioni perché gli altri debbano inseguire.

Le lettere di De Gasperi (quelle vere, documentate) stanno tutte dalla parte della costruzione: tempo lungo, responsabilità, linguaggio che non è un’arma. Il “metodo-feed” che descrive il Guardian sta dall’altra parte: tempo corto, saturazione, politica come pressione continua. Ecco perché quella pietra d’inciampo a New York mi sembra più che un aneddoto: è un promemoria. Non ci dice “com’era bella l’America”. Ci chiede: quale America stiamo alimentando adesso con i nostri incentivi, attenzione, indignazione, dipendenza dal flusso? La storia, di solito, non la fanno le frasi più assurde. La fa ciò che, nel rumore, diventa procedura. E se oggi il potere passa sempre più attraverso un feed, il lavoro di chi vuole restare cittadino (non tifoso, non analista) è semplice e difficilissimo: guardare il quadro elettrico, non la lampadina che lampeggia.

“Alcide, vero Uomo della Provvidenza”, Ettore.

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Pubblicato il 27 Gennaio 2026
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Commenti

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  1. PaoloFilterfree
    Scritto da PaoloFilterfree

    Grazie, ottimi spunti. Resta il problema di fondo: Trump non è un errore di percorso, bensì la risultante di una votazione democratica. E in un Paese significativamente semianalfabeta come gli U.S. è relativamente facile manipolare menti sonnolenti e acritiche: come noto, il largo consenso di cui godono i neopopulisti è inversamente proporzionale al livello d’istruzione di chi li vota. Si dirà: “funziona così da sempre”, ed è vero. Va da sé che, diradata la nebbia, il prezzo più alto lo pagherà chi ha votato Trump (la Brexit l’altro ieri…E, per carità di Patria, sorvoliamo sugli esempi italo-tedeschi).

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