L’innovazione circolare è un sistema da progettare non una storiella da raccontare
La ricerca della professoressa della Liuc Raffaella Manzini e del ricercatore Fausto Cammarano analizza i casi delle aziende Rifò e Alisea per capire come la circolarità diventi trasformazione concreta di prodotti, processi e modelli organizzativi
Non è questione di slogan. E tantomeno di storytelling ben confezionato. L’innovazione circolare, per funzionare davvero, deve essere progettata come un sistema. È il messaggio che arriva dalla ricerca “L’innovazione circolare del Made in Italy”, firmata dalla professoressa Raffaella Manzini e Fausto Cammarano, assegnista di ricerca presso il Green transition hub Liuc di Castellanza, in collaborazione con il centro Civis della Liuc Università Cattaneo e finanziata dalla Fondazione Villoresi Poggi.
Gli autori della ricerca hanno analizzato due casi del Made in Italy molto diversi tra loro ma accomunati da un approccio strutturale alla circolarità: Rifò, azienda del distretto di Prato che realizza capi di abbigliamento con materiali riciclati, e Alisea che costruisce reti di open innovation e meccanismi di simbiosi industriale orientati alla valorizzazione degli scarti.
NON VOGLIAMO SENTIRE STORIELLE
La prima decisione metodologica è già una presa di posizione. «Non volevamo sentire la storiella raccontata – spiega la professoressa Manzini -. Pertanto abbiamo evitato le dichiarazioni di intenti e ricostruito i fatti attraverso fonti secondarie, triangolando le informazioni in modo rigoroso».
L’obiettivo era capire cosa significhi davvero progettare innovazione circolare, andando oltre le narrazioni aziendali. Ciò che emerge è una distinzione netta rispetto alle innovazioni puramente tecnologiche. «Per favorire la transizione verso un modello circolare bisogna ragionare a livello di sistema – sottolinea la docente -. La tecnologia è importante, in un caso sono i materiali, in un altro le connessioni tra attori. Ma da sola non basta». Intervenire su un singolo anello della filiera non produce una vera transizione. Serve una riprogettazione complessiva di relazioni, flussi e fasi del ciclo di vita.
IL CASO RIFÒ
Nel caso dell’azienda tessile Rifò, radicata nel distretto di Prato, la circolarità è integrata nel modello manifatturiero attraverso il riciclo dei materiali, la filiera corta e la riprogettazione dei processi produttivi e post-consumo. Il sistema di ritiro (take back) dei capi usati, ad esempio, modifica il ruolo del cliente, che non è più solo acquirente ma parte attiva del ciclo. «Sviluppare una visione sistemica richiede risorse e coinvolge molti attori: fornitori e partner di filiera – osserva Cammarano -. Anche il cliente deve essere disposto a partecipare. Ci sono diversi aspetti dell’innovazione: di prodotto, di processo e organizzativa. Non si tratta solo di soddisfare un bisogno, ma di condividere principi di sostenibilità».
IL DISTRETTO DIVENTA UN FATTORE ABILITANTE
Il distretto riduce l’impatto logistico, facilita il controllo della qualità e favorisce la trasmissione del know-how. Non solo. La prossimità territoriale contribuisce a creare una comunità che adotta una mentalità diversa rispetto al modello lineare tradizionale. Alisea, invece, opera come orchestratore di ecosistemi circolari. Costruisce reti di open innovation e meccanismi di simbiosi industriale per valorizzare scarti e sottoprodotti, affidando alcune attività della supply chain a cooperative sociali. Qui l’innovazione è soprattutto architetturale, poiché si ridefiniscono le relazioni tra imprese, si generano nuove configurazioni organizzative.
LE DIFFICOLTÀ
Il report non nasconde le difficoltà. «È molto difficile far funzionare queste cose, soprattutto nel breve periodo», ammette Manzini. Anche una superficiale analisi economica mostra quanto sia complesso rendere sostenibile il modello nell’immediato. Le barriere non sono solo finanziarie. Pesano gli aspetti normativi, spesso di difficile interpretazione, che regolano il riutilizzo delle risorse e la definizione stessa di sottoprodotto. Eppure i vantaggi emergono nel lungo periodo. «Il primo che riesce a capire come far funzionare il sistema vince», afferma la docente. Chi si attrezza oggi con modalità di progettazione e gestione coerenti sarà avvantaggiato quando la transizione diventerà inevitabile. Il riferimento al Made in Italy, tuttavia, va maneggiato con cautela.
SUPERARE LE LOGICHE LINEARI DEL PASSATO
Non esiste un modello unitario e non tutte le filiere sono automaticamente circolari. «Alcune parti del Made in Italy non sono circolari per nulla», osserva Manzini. Più che un’etichetta identitaria, ciò che conta è la capacità di costruire nuove comunità economiche, capaci di superare le logiche lineari del passato. La domanda cruciale resta: le imprese italiane sono pronte a questa trasformazione sistemica? «Non tutte lo sono», risponde con realismo la docente. «Ma ho l’impressione che le generazioni più giovani siano meglio attrezzate. Hanno capito che collaborazione e competizione possono convivere e che non possiamo misurare tutto solo nel breve periodo economico».
IL DIBATTITO SCIENTIFICO È APERTO
Spesso le definizioni di sostenibilità ed economia circolare vengono sovrapposte quasi fossero sinonimi. «La sostenibilità viene spesso letta solo in chiave ambientale. Ma lo sviluppo sostenibile riguarda la gestione delle risorse nel tempo, affinché anche le generazioni future possano beneficiarne. Nell’idealità, l’economia circolare evita la generazione di rifiuti e reinserisce le risorse in un ciclo continuo, consentendo il raggiungimento dello sviluppo sostenibile» sottolinea Cammarano.
Una certezza però si evidenzia in questa ricerca: la circolarità non è una parola intercambiabile con sostenibilità. È una scelta progettuale che ridefinisce modelli economici, organizzativi e culturali. E come ogni trasformazione profonda non si improvvisa, ma si costruisce.
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