Argentiero: «La vera sfida è dare a Varese una nuova identità»

Famiglia, lavoro e politica: il coordinatore cittadino di Fratelli d’Italia racconta il suo percorso e la visione per il futuro della città. «Varese vive una fase di transizione: serve una visione capace di renderla più attrattiva per giovani e imprese»

Centrodestra

Riservato nei modi, pacato nei toni, sempre con il sorriso e con le idee ben chiare. Enrico Argentiero, 52 anni, è oggi il referente cittadino di Fratelli d’Italia a Varese. Un percorso personale che intreccia famiglia, lavoro e politica, con una lunga esperienza nel sistema economico locale e uno sguardo rivolto al futuro della città.

Sposato, tre figli, il più grande, Giovanni ha 18 anni e fa il liceo scientifico. Poi c’è Giacomo che ha 15 anni e frequenta il classico, mentre la più piccola, Carolina ha 11 anni e fa la prima media. «Imparo ogni giorno insieme a loro cosa significa essere genitore. Rispetto alle generazioni precedenti forse siamo più presenti nella vita quotidiana dei figli, a volte anche troppo. Ma fa parte del tempo in cui viviamo».

Quali sono stati i suoi riferimenti culturali e ideali?

«Durante l’università mi sono appassionato molto alla storia delle dottrine politiche. Sono laureato in Scienze politiche con indirizzo amministrativo e negli anni Novanta frequentavo un corso serale organizzato dalla Fondazione Einaudi a Milano. È stata un’esperienza che mi ha avvicinato molto al pensiero liberale. Luigi Einaudi è un elemento centrale nella mia formazione. Poi a livello internazionale, una figura che mi ha sempre affascinato è Winston Churchill. Non solo per il suo ruolo storico, ma anche per la sua dimensione umana: aveva grandi virtù ma anche debolezze, ed è proprio questo che lo rende una figura così interessante».

Oggi lei è il referente cittadino di Fratelli d’Italia. Come nasce questo percorso?

«Per molti anni sono stato dirigente cittadino e provinciale di Alleanza Nazionale. Poi, con la nascita del Popolo della Libertà, ho preferito fermarmi per qualche tempo perché non mi riconoscevo pienamente in quel progetto. Grazie ad alcuni amici, in particolare Andrea Pellicini e il compianto Beppe Martignoni ho ripreso l’impegno politico. Mi hanno chiesto di contribuire alla crescita di Fratelli d’Italia in città. Sono stato nominato vice commissario e poi, un anno fa, ho partecipato al congresso cittadino».

Lei usa spesso una parola che oggi si sente meno: militanza.

«È una parola che mi piace molto. Militanza significa passione, impegno e credere davvero in quello che si fa».

Generico 24 Feb 2025

Lei ha sempre avuto anche un’attività professionale importante. Come si riesce a conciliare famiglia, lavoro e politica?

«Non è semplice. Ho lavorato per molti anni alla Camera di Commercio di Varese, occupandomi di marketing territoriale e internazionalizzazione, e oggi lavoro nel settore privato in una multinazionale. Ho sempre cercato di tenere separati i ruoli tra politica e impegno professionale. È una cosa che mi è stata riconosciuta anche da persone di altre aree politiche. E nel mio ruolo attuale nel partito cerco di far crescere un gruppo, non di essere una figura sola al comando».

Chi la conosce la descrive come una persona moderata nei toni. È un’etichetta che le piace?

«A me fa molto piacere. So che non a tutti, in questo ambito, fa piacere sentirsi definire così, anzi a volte viene quasi usato come un titolo offensivo. Io invece credo che sia una qualità utile, perché tutte le parti politiche, sia a destra sia a sinistra, hanno bisogno anche di persone portate alla moderazione. Moderazione però non significa rinunciare alle proprie idee o alle proprie battaglie. Si possono portare avanti anche posizioni molto nette, anche radicali su alcuni temi, ma con uno stile che non rinunci al dialogo e al confronto. Io credo molto nel valore del confronto, perché il dialogo con chi la pensa diversamente non significa cambiare posizione per forza, ma permette di rivedere e aggiornare le proprie idee alla luce del contesto in cui ci si trova. Oggi siamo nel 2026, viviamo in una fase storica completamente diversa rispetto al passato e credo che la politica debba guardare avanti. Non dobbiamo assolutamente tornare a momenti storici che hanno diviso profondamente il Paese e di cui in qualche modo tutti portiamo ancora la memoria, chi per esperienza diretta e chi per averli studiati».

Avrebbe difficoltà a definirsi antifascista?

«Non avrei nessuna difficoltà. Però preferisco definirmi democratico e liberale, con una grande attenzione ai temi nazionali».

Generico 03 Mar 2025

Veniamo alla città. Lei ha detto che Varese deve tornare a essere bella, sicura, vivibile e attrattiva. Se dovesse scegliere una priorità?

«Verrebbe spontaneo, anche per un certo cliché politico, dire subito “sicura”. Però in realtà partirei da un altro dei quattro punti che abbiamo indicato e cioè dall’attrattività. Perché quando una città è davvero attrattiva, molto spesso significa che è anche bella, vivibile e sicura. L’attrattività è in qualche modo la sintesi di tutti questi elementi. È la capacità di una città di essere un luogo dove le persone vogliono vivere, lavorare, studiare e investire.

Per me attrattività significa prima di tutto la capacità di trattenere e di richiamare le nuove generazioni. Oggi è giusto che molti ragazzi, una volta terminati gli studi, abbiano il desiderio di fare esperienze altrove, magari all’estero o in città più grandi. È un percorso naturale e spesso anche molto utile per la loro crescita personale e professionale. Però sarebbe bello che queste esperienze non significassero un addio definitivo al territorio, ma che ci fosse anche la possibilità di tornare. Una città attrattiva deve offrire opportunità, qualità della vita, servizi, occasioni culturali e lavorative tali da far pensare a chi è partito che tornare qui sia una scelta possibile e positiva. Ma l’attrattività riguarda anche chi arriva da fuori. La storia del nostro territorio è fatta anche di persone che sono arrivate da altre parti d’Italia o dall’estero e che hanno contribuito in modo importante alla crescita economica e sociale della città e della provincia. Quando una città riesce a essere attrattiva per chi già ci vive e per chi arriva, allora significa che sta funzionando. E da lì diventa più facile affrontare anche gli altri temi: la sicurezza, la qualità degli spazi urbani, la vivibilità quotidiana. Per questo, se devo scegliere una priorità, direi proprio l’attrattività».

Lei ha lavorato per molti anni in un osservatorio privilegiato sull’economia locale. Quanto è cambiato il territorio varesino?

«È cambiato moltissimo. Da sempre siamo influenzati da due poli fortissimi: Milano e la Svizzera. Milano attrae risorse e talenti, mentre la Svizzera offre opportunità di lavoro. Resta un territorio con una forte vocazione industriale. Ma deve reinventarsi senza perdere le proprie radici manifatturiere».

Che città è oggi Varese?

«Credo che Varese oggi stia attraversando una fase di passaggio e, in parte, anche una crisi di identità. Negli ultimi anni la città è cambiata molto: ci sono stati interventi urbanistici importanti, tanti cantieri aperti e diverse trasformazioni che stanno interessando vari punti del territorio. Questo significa che qualcosa si sta muovendo e che ci sono processi di cambiamento in corso. Però, allo stesso tempo, quello che spesso si percepisce parlando con le persone è che manca ancora una visione complessiva capace di dare un senso a tutte queste trasformazioni. Varese ha vissuto fasi molto diverse nella sua storia recente. C’è stato un lungo periodo di amministrazioni di centrodestra, soprattutto a trazione leghista, che a un certo punto si è concluso. Poi è arrivato un ciclo amministrativo diverso, quello del centrosinistra, che dura ormai da oltre dieci anni. Gli elettori, come spesso accade, hanno colto un momento di cambiamento e hanno scelto una strada diversa.

Oggi però mi sembra che la città sia in una fase in cui si avverte il bisogno di una nuova identità. Non è una cosa semplice da costruire e non può essere qualcosa di calato dall’alto da chi governa o da chi fa politica. Deve nascere anche dall’ascolto della città, delle associazioni, delle realtà economiche e sociali, delle persone che vivono quotidianamente questo territorio. Per questo noi abbiamo iniziato a organizzare momenti di confronto e di ascolto con tante realtà cittadine. Quello che emerge è che c’è molta voglia di partecipare, di dare un contributo, di immaginare insieme quale possa essere il futuro di Varese. L’obiettivo dovrebbe essere proprio quello di arrivare a una visione condivisa della città dei prossimi anni, capace di valorizzare quello che Varese è sempre stata – un territorio con una forte vocazione produttiva, culturale e ambientale – ma anche di interpretare i cambiamenti che stanno avvenendo».

Lei parla spesso anche di economia circolare e sostenibilità…

«Sì, sono temi fondamentali e credo che oggi nessuno possa permettersi di ignorarli. L’economia circolare, la transizione ecologica, la sostenibilità ambientale sono questioni che riguardano il futuro delle città ma anche il futuro economico dei territori. Tra l’altro l’Italia, su diversi indicatori legati proprio all’economia circolare, è già tra i Paesi più avanzati in Europa e questo è un patrimonio che andrebbe valorizzato di più. Il problema nasce quando questi temi vengono affrontati in modo ideologico. Quando diventano slogan o bandiere politiche rischiano di perdere efficacia e soprattutto di non risolvere davvero i problemi concreti delle persone».

Cosa intende concretamente?

«Intendo dire che la sostenibilità è davvero tale solo quando tiene insieme tre dimensioni: quella ambientale, quella economica e quella sociale. Se si tutela l’ambiente ma si penalizza pesantemente la vita quotidiana delle persone o il sistema economico di un territorio, allora il risultato rischia di essere controproducente. Faccio un esempio molto concreto che riguarda proprio Varese. Qualche tempo fa è emerso un dato che ha fatto molto discutere: la nostra città risultava tra quelle con il traffico più congestionato a livello nazionale pur avendo circa 80 mila abitanti. Questo significa che il tema della mobilità è già oggi una criticità molto seria. Se su una situazione di traffico già complessa si interviene con scelte che magari nascono con l’obiettivo di migliorare la sostenibilità ma che finiscono per appesantire ulteriormente la viabilità, allora si rischia di aggravare il problema invece di risolverlo».

A cosa si riferisce in particolare?

«Penso a situazioni che tutti i varesini stanno vivendo nelle ultime settimane. Basta citare quello che succede nella parte finale di Viale Belforte. In certi momenti della giornata può capitare di restare in coda anche venti o trenta minuti per percorrere pochi chilometri. Quando le persone vivono quotidianamente situazioni di questo tipo diventa difficile spiegare loro che alcune scelte sono fatte in nome della sostenibilità se poi l’effetto immediato è quello di aumentare il traffico o di complicare ulteriormente gli spostamenti. Per questo credo che serva un approccio più pragmatico. La sostenibilità è un obiettivo giusto e necessario, ma deve essere costruita con soluzioni che funzionino davvero per la città».

Quindi qual è l’approccio che propone?

«Quello dell’equilibrio. Le politiche ambientali devono essere sostenibili dal punto di vista ambientale, ma anche da quello economico e sociale. Significa studiare bene gli interventi sulla mobilità, capire come rendere più efficiente il trasporto pubblico, ragionare su come migliorare la circolazione senza penalizzare residenti, lavoratori e imprese. Solo così la sostenibilità smette di essere uno slogan e diventa una politica concreta capace di migliorare davvero la qualità della vita delle persone».

Guardiamo alla politica. Il centrodestra si sta preparando alle elezioni del 2027. Che clima c’è oggi nella coalizione?

«Molto positivo. Con Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega, Noi Moderati e Lombardia Ideale nella sua declinazione varesina ci incontriamo regolarmente e c’è grande volontà di ascoltare la città».

Fratelli d’Italia è oggi il partito più forte a livello nazionale. Rivendicherà anche a Varese il candidato sindaco?

«Non abbiamo pretese di imporre un nome, ma nemmeno ci sottraiamo a questa possibilità. Siamo primi tra pari: l’obiettivo è trovare la candidatura migliore per la città».

Lei si vede candidato sindaco?

«No, questo tema per quanto mi riguarda non è assolutamente in agenda. Ci sono figure con percorsi più strutturati. La cosa davvero importante sarà il progetto per la città. Sarà quello, alla fine, a convincere i varesini».

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Pubblicato il 13 Marzo 2026
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