Il rap di Ego Smis è lo specchio del giovane italiano d’oggi

Tra carichi in magazzino e citazioni lontane dall'immaginario stelle e strisce, il rapper di Castronno Andrea Pili debutta con un mixtape che unisce l'urgenza sociale di De André alla brutalità della provincia

Ego Smis

«Il Giovane Italiano oggi penso che sia una persona che sicuramente ha dei problemi col lavoro». La riflessione di Andrea Pili, in arte Ego Smis, si inserisce con naturalezza in un filone che da decenni accompagna la musica d’autore e di tutti gli artisti che preferiscono l’espressione all’intrattenimento. Le forme e gli strumenti mutano, ma la condizione resta identica nella sostanza e vede l’occupazione come uno degli elementi fondanti dell’identità. La storia della musica è costellata di dischi che, di generazione in generazione, affrontano il rapporto tra l’uomo e la propria fatica nel costruire un futuro con linguaggi diversi, ma con la stessa urgenza narrativa. Si passa dalle ballate di Luigi Tenco (d’altronde Ciao amore Ciao non è canzone di emigrazione economica?) alla critica sociale di Fabrizio De André in Storia di un impiegato, fino al disincanto de I Cani.

Ma torniamo al rapper di Castronno, classe 2000, che calca il medesimo solco con Giovane Italiano, il progetto pubblicato il 28 febbraio e presentato dal vivo venerdì 27 febbraio ad Oltrona al Lago, frazione di Gavirate.

L’urgenza creativa di questo mixtape è figlia di turni passati tra carichi e scarichi. Per anni Ego Smis vive in prima persona il contrasto tra la bellezza del prodotto finale e la durezza dello sforzo fisico necessario alla sua realizzazione, grazie all’impiego come manovale per una fiorista. È lo stesso contrasto che pone di fronte la brutalità del rap alla poesia del fiore: «Dalla merda vera raccoglieremo fiori» canta infatti in Notti Scure. «Era molto lavoro da magazzino, manovale pesante» ricorda l’artista. Le sette tracce del disco nascono dalla necessità di portare sul palco un materiale autentico e personale: «Avevo bisogno di portare sul palco qualcosa che fosse mio, e non costruito, per andare in giro, suonare e divertirmi».

Nel brano che dà il titolo all’album, il rapper analizza il paradosso di un sistema che offre contratti ma non garanzie per il futuro. «Posso trovarmi bene anche al lavoro, però se poi penso al futuro è comunque sempre lo stesso, la pensione non ce l’avrei lo stesso per come è il sistema». Si tratta di una consapevolezza maturata sul campo. Andrea Pili firma il suo primo contratto dopo sette anni di attività proprio nei giorni in cui chiude le registrazioni di un disco che parla di contributi e precariato: «Giovane Italiano, senza contratto lavoro anche il primo di maggio» canta nella title track.

Questa concretezza materica, riflessa nei graffi delle bare, si scontra con l’effimero dei social network e rivendica uno scarto netto tra la realtà del magazzino e la finzione digitale. «La mia vita non è un post» sottolinea nel disco il rapper. La sua crescita a Castronno avviene in una sorta di isolamento artistico che favorisce una scrittura individuale, densa di riferimenti atipici rispetto alla scena. «Mi è sempre mancata la cosa di dire mi trovo, faccio freestyle la sera, lo facevo da solo» racconta l’artista. Nel disco il «sangue sardo per un quarto» si mescola a citazioni della storia contemporanea russa. Dalle riflessioni su Gorbaciov, Chernobyl e il rivoluzionario Abimael Guzman (citati in Mr Potato) emerge la volontà di cercare radici culturali diverse dai soliti modelli d’importazione statunitense: «Mi piace citare anche quello che viene messo un po’ più in ombra dalla cultura americana».

Nonostante il percorso solitario, Giovane Italiano resta un’opera corale coordinata dal collettivo Top Floor Records. Il progetto prende forma grazie alla collaborazione con il produttore Simone Fuoco, ovvero Yung Purple, e alla cura visuale di Martina Petrazzuoli. Nella narrazione entrano anche altri esponenti della scena come Sickness in Caccia al tesoro e Mitch degli Affari Grossi nel brano Pollicino, che gioca con l’immaginario della fiaba. «Con Mitch ci siamo trovati e abbiamo deciso di fare un pezzo che è un po’ più un esercizio di stile: volevamo divertirci» spiega Ego. Il legame con il territorio è forte: «Sickness lo conoscevo già, sono subito entrato in una forte sintonia che ha portato a questo feat».

Se il disco si apre con la denuncia sociale, il finale appartiene invece all’intimità di Complice, brano dedicato alla nonna e alla zia. Qui l’artista si spoglia di ogni filtro: «Mia nonna è venuta a mancare proprio mentre scrivevo l’album. Volevo dare un tono più personale e raccontare quella storia, c’è molto di me rispetto alle canzoni precedenti». È il capitolo conclusivo di un racconto che parte dai fiori e dal cemento della provincia per reclamare un posto da Giovane Italiano nel mondo.

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Marco Tresca
marco.cippio.tresca@gmail.com

 

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Pubblicato il 09 Marzo 2026
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