“In Italia, la popolazione più anziana d’Europa: il sistema ospedaliero non è adeguato”
Un’indagine di FADOI su 269 dipartimenti di medicina interna svela il paradosso di un sistema classificato "bassa intensità" mentre i ricoverati hanno in media più di quattro patologie croniche. Il sindacato Nursing Up lancia l’allarme: senza infermieri il tappo salta
Quando una Corte di Cassazione stabilisce che «la fragilità del paziente non attenua il dovere di cura», il sistema sanitario non può più nascondersi dietro le proprie inefficienze strutturali. Ma, mentre la popolazione invecchia a un ritmo senza precedenti, le medicine interne degli ospedali pubblici restano classificate come reparti a “bassa intensità di cura”, con tutto ciò che ciò comporta in termini di personale, letti e strumentazioni.
A fotografare questa contraddizione con dati impietosi è la survey condotta dalla FADOI – Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti – su 269 dipartimenti di medicina interna distribuiti sull’intero territorio nazionale. Un’indagine che diventa anche un atto d’accusa nei confronti di una programmazione sanitaria che non tiene il passo dei cambiamenti demografici.
IL PARADOSSO DELLA «BASSA INTENSITÀ»
Il 77% dei ricoverati nelle medicine interne ha più di 70 anni. I pazienti presentano in media 4,3 patologie croniche concomitanti. Eppure, nonostante questa complessità clinica, i reparti di medicina interna sono ancora inquadrati normativamente come strutture a “bassa intensità assistenziale”.
I dati dell’indagine smentiscono questa classificazione con brutalità statistica: il 50,9% dei ricoverati richiede una cura di intensità medio-alta, il 3,5% decisamente alta, il 40,1% media. Solo il 5,6% rientra nella fascia “bassa” che dovrebbe identificare l’intero reparto. In altre parole, la realtà clinica quotidiana smentisce clamorosamente l’etichetta burocratica.
Le conseguenze sono concrete e misurabili: essere classificati a bassa intensità significa avere diritto a meno personale medico e infermieristico, un numero inferiore di letti e meno strumentazioni diagnostiche. Una sottodotazione che si ripercuote sull’intera filiera dell’emergenza.
I numeri dell’indagine FADOI disegnano un sistema al limite della tenuta. In media, manca un medico su cinque: il 20% dei posti in organico risulta scoperto. Analoga carenza (22%) si registra per il personale infermieristico, con un 18% delle strutture che lamenta deficit superiori al 30% degli organici.
Ma la crisi non riguarda solo il personale. I letti scarseggiano al punto che il tasso medio di occupazione nei reparti di medicina interna ha raggiunto il 99%. Il 49,8% delle strutture è stabilmente in overbooking, con tassi superiori al 100%. Il risultato è il cosiddetto “boarding”: pazienti che trascorrono ore, talvolta giorni, su una barella nel pronto soccorso in attesa di un posto letto che non arriva. Questo fenomeno, secondo la survey di Fadoi, è riconducibile alla carenza di letti nel 65% dei casi.
IL BUCO NERO DEL TERRITORIO
Se l’ospedale è sotto pressione, l’assistenza territoriale è ancora in gran parte un’incompiuta. L’indagine FADOI stima che circa il 27% delle giornate di ricovero – oltre due milioni, considerando l’insieme dei dipartimenti – potrebbe essere evitato con una migliore presa in carico sul territorio. Non solo: il 22% dei letti ospedalieri risulta occupato in modo “improprio” da pazienti che potrebbero essere assistiti altrove.
Le cause sono strutturali: nel 45,3% dei casi mancano letti di cure intermedie (Ospedali di Comunità in testa), nel 27,5% difettano i servizi socio-assistenziali a domicilio, nel 26,4% sono le famiglie a non riuscire a farsi carico delle necessità post-dimissioni.
Una soluzione largamente condivisa tra chi lavora nei reparti esiste ed è chiara: riclassificare le medicine interne come strutture a medio-alta intensità di cura. Circa il 70% degli internisti ritiene questa misura altamente efficace per risolvere buona parte delle criticità.
IL COMMENTO DEL SINDACATO NURSING UP
Il Servizio sanitario nazionale non è più sotto pressione: è a rischio di arresto cardio-circolatorio”. L’immagine scelta da Antonio De Palma, presidente nazionale del Nursing Up, non è retorica. È la descrizione di un meccanismo che si sta inceppando pezzo per pezzo, con una causa scatenante precisa: la mancanza di infermieri.
Con oltre il 58% dei reparti di Medicina Interna che lavora stabilmente in overbooking il quadro che emerge dalla survey FADOI 2025 trova una conferma scientifica nelle soglie di sicurezza internazionali: secondo il Royal College of Emergency Medicine e il National Audit Office, l’85% di occupazione rappresenta già il limite massimo tollerabile. Oltre il 90-95% si entra in una crisi sistemica. Quando si supera il 100%, il sistema non è più sotto pressione: rischia il blocco totale.
Il confronto europeo è impietoso: Francia e Germania mantengono i tassi di occupazione tra il 75% e l’ 80%. L’Italia, con 3,1 posti letto per 1.000 abitanti, è lontanissima dalla media OCSE (oltre 4) e dalla Germania (7,8). Non si tratta di un ritardo fisiologico, ma di uno squilibrio strutturale.
PNRR: STRUTTURE SENZA PERSONALE
La crisi nasce fuori dall’ospedale. Il modello territoriale del DM 77, finanziato con circa 19 miliardi del PNRR (Missione Salute), resta largamente incompleto. Sono operative solo 660 Case della Comunità su 1.723 previste (il 38%), ma meno del 3% di queste è pienamente funzionante. La spesa si ferma al 23,8%, il 5,1% dei progetti è concluso. Gli Ospedali di Comunità raggiungono il 22-26% del previsto e mancano oltre 20.000 infermieri di famiglia, secondo la Corte dei Conti.
Il rischio è che miliardi investiti producano “cattedrali nel deserto”, ritiene il sindacato : «strutture costruite ma non attivabili per assenza di organici. Senza filtro territoriale, l’ospedale resta l’unico punto di accesso. I pazienti entrano, ma non escono. Il collo di bottiglia si stringe».
LA FUGA SILENZIOSA
A pesare sul sistema c’è anche un’emorragia di professionisti. Ogni anno circa 6.000 infermieri lasciano l’Italia per lavorare all’estero. Nel solo 2024, oltre 20.000 professionisti sanitari hanno abbandonato volontariamente il servizio pubblico. Ma il dato più allarmante è strutturale: più del 50% degli infermieri ha superato i 55 anni, tra le età medie più alte d’Europa.
Il rapporto infermiere/pazienti raggiunge in alcuni reparti il livello di 1 a 16, ben oltre le soglie di sicurezza indicate dagli studi RN4CAST di Aiken: una condizione associata scientificamente ad aumento di mortalità, complicanze e durata dei ricoveri. Il sovraffollamento incrementa anche le infezioni ospedaliere dell’ 8%, secondo i dati ECDC e studi pubblicati su The Lancet.
Cosa chiedono Fadoi e Nursing Up
Le soluzioni indicate convergono su alcuni punti cardine: riclassificare le medicine interne come strutture a medio-alta intensità di cura (richiesta dal 70% degli internisti), aumentare il numero di infermieri e medici in organico, completare la rete territoriale del DM 77 con personale reale e non solo con strutture fisiche.
Montagnani di FADOI ricorda che una legge delega sul riordino della rete ospedaliera è stata approvata dal Governo ed è in attesa di iter parlamentare. Potrebbe essere l’occasione per correggere la stortura della classificazione. Ma senza investimenti paralleli sul territorio e sul personale infermieristico, rischia di essere una soluzione parziale.
De Palma di Nursing Up è ancora più diretto: «Senza infermieri il sistema non regge, perché mancano le fondamenta dell’assistenza. In Italia, mancano soprattutto infermieri – non medici. È una distinzione che vale la pena tenere a mente quando si parla di ristrutturare la sanità pubblica».
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