Il tavolo fuori posto
A Islamabad, lontano dai fronti e dai morti, Stati Uniti e Iran trattano una tregua che dice la verità profonda del Medio Oriente: chi combatte, chi paga e chi decide quasi mai coincidono
La notizia non è che Stati Uniti e Iran trattino. Prima o poi dovevano farlo. La notizia è dove trattano: in Pakistan. Non a Gerusalemme. Non a Beirut. Non a Riad. Non a Bruxelles. Non ad Ankara. A Islamabad.
Dopo il cessate il fuoco provvisorio annunciato il 7 aprile, i colloqui diretti tra Washington e Teheran si sono svolti l’11 aprile a Islamabad, mediati dal Pakistan, senza accordo finale ma con prosecuzione dei contatti. Sembra un dettaglio diplomatico. È una confessione storica. Nel Medio Oriente, quasi mai chi combatte coincide del tutto con chi decide. E quasi mai chi paga coincide con chi tratta.
Israele pesa enormemente, forse più di chiunque altro sul piano militare, tecnologico e strategico. Gli Stati del Golfo hanno rischiato i porti, il petrolio, il traffico marittimo, la propria idea di sicurezza. Il Libano continua a pagare sul terreno. L’Unione Europea produce formule, appelli, preoccupazioni. Eppure il tavolo decisivo, almeno per ora, è fra Washington e Teheran, in un Paese che sta fuori dal cuore arabo della regione. Non è un incidente. È l’ordine vero delle cose.
Per capirlo bisogna smettere di guardare il Medio Oriente come una somma di esplosioni e ricominciare a guardarlo come una lunga struttura della storia. Questa regione, da quando gli egiziani controllavano il Nilo e gli imperi mesopotamici si contendevano le pianure tra Tigri ed Eufrate, non è mai stata soltanto un mosaico di popoli. È stata un passaggio, un ponte, una cerniera, una preda. Chi controllava quei corridoi controllava molto più del proprio territorio.
Poi vennero i persiani, poi Roma, poi l’Islam, poi gli ottomani. E qui sta la prima chiave dell’oggi. Il Medio Oriente moderno nasce dal crollo dell’Impero ottomano e dalla sua spartizione da parte di britannici e francesi. Da allora la regione non è più retta da una sola cornice imperiale, ma da Stati spesso giovani, vulnerabili, incompiuti, disegnati sotto pressione esterna. È lì che nasce una delle sue malattie permanenti: la distanza fra sovranità dichiarata e sovranità reale.
Dentro questa frattura entra poi la vicenda che da quasi ottant’anni decide il baricentro morale e politico della regione: Israele e la Palestina. La nascita di Israele, nel 1948, fu per gli ebrei la risposta storica più radicale a secoli di persecuzione culminati nella Shoah. Per i palestinesi fu la “catastrofe”. Da quel momento il Medio Oriente non ebbe più soltanto un problema di confini, ma un problema di legittimità.
Israele non è soltanto uno Stato della regione. È il punto in cui si incontrano tre forze immense: la colpa europea, la protezione americana e la ferita mai rimarginata del mondo arabo. Per questo pesa tanto. Non solo perché ha un grande esercito, ma perché è diventato insieme rifugio, eccezione e detonatore.
Da lì in avanti tutto si è stratificato sopra quella frattura senza mai chiuderla: il nazionalismo arabo, le guerre del 1967 e del 1973, la rivoluzione iraniana del 1979, l’ascesa delle monarchie energetiche del Golfo, la presenza americana, le guerre in Iraq, Libano, Siria, Yemen. E allora si capisce meglio Islamabad.
Perché il tavolo è lì? Per una ragione brutale: quando il Medio Oriente entra nella sua fase decisiva, il confronto risale verso i due poli che contano davvero sul piano dell’ordine regionale. Da una parte la grande potenza esterna, gli Stati Uniti. Dall’altra la potenza regionale che più di tutte contesta quell’ordine, l’Iran. Il negoziato ha riguardato proprio i nodi che definiscono il rapporto tra i due: cessate il fuoco, sicurezza dello Stretto di Hormuz, sanzioni, programma nucleare, missili. Tutto il resto pesa, eccome. Ma pesa dentro questa cornice.
È una verità sgradevole, ma limpida. Israele colpisce e condiziona. Gli Stati del Golfo temono e assorbono il rischio. Il Libano sanguina. L’Europa commenta. Ma a un certo punto sono Washington e Teheran che decidono se l’incendio si spegne o si allarga.
Perché non altrove, ad esempio in Turchia? Perché non Ankara? Perché la Turchia è troppo importante per sembrare neutrale. La Turchia è membro della NATO, è dentro la regione, ha interessi propri in Siria, Iraq, Mediterraneo orientale, rapporto con Israele, rapporto con Iran. È troppo coinvolta, troppo visibile, troppo interessata al risultato per apparire solo come contenitore. Il Pakistan, invece, offriva una cornice più sobria: abbastanza vicino da contare, abbastanza musulmano da non umiliare Teheran, abbastanza esterno da non sembrare una resa per nessuno.
Anche questo non è nuovo. Il Medio Oriente ha spesso bisogno, nei momenti estremi, di una cornice che non coincida del tutto con il suo centro. Come se la regione, per trattare la propria verità, dovesse sempre uscire leggermente da sé.
Ed ecco il punto più sostanziale. Se una guerra che coinvolge Israele, Iran, il Golfo, il Libano, le rotte energetiche globali e i mercati del pianeta si negozia in Pakistan tra Stati Uniti e Iran, significa che l’ordine mediorientale resta, nel fondo, un ordine incompiuto. Un ordine in cui i protagonisti locali sono potentissimi, ma non abbastanza da bastare a sé stessi. Un ordine in cui la forza militare non coincide con la sovranità politica. Un ordine in cui la dignità nazionale è altissima, ma la capacità di chiudere da soli i conflitti resta limitata.
Questo spiega anche due cose del nostro tempo. La prima: perché gli Stati Uniti fanno ancora quello che fanno. Non per filantropia e non per vizio. Lo fanno perché il Medio Oriente resta il nodo dove si incontrano sicurezza di Israele, rotte marittime, energia, deterrenza e credibilità americana. La seconda: perché gli europei contano poco. Non perché siano irrilevanti economicamente o moralmente. Ma perché non dispongono più della forza, dell’unità e della volontà necessarie a farsi centro strategico della regione. L’Europa oggi è spesso una coscienza senza denti: vede, ammonisce, finanzia, ma non ordina.
Il Medio Oriente è la parte del mondo in cui da millenni si combatte per il controllo di territori che valgono più di se stessi; e per questo, quasi sempre, i tavoli veri stanno un po’ fuori posto. Oggi il tavolo è a Islamabad. Domani sarà altrove. Ma la legge profonda resterà la stessa: nel Medio Oriente i morti stanno quasi sempre al centro, e i decisori un poco più in là. Islamabad, oggi, serve solo a ricordarcelo.
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