Il numero salvavita? Utile, ma è una leggenda
In questi giorni una catena email consiglia di salvare il numero di un parente nel cellulare, con la sigla ICE. Ma la Protezioni Civile smentisce la paternità dell'iniziativa
Avete mai sentito parlare di ICE? È possibile, perché in questi giorni si sta diffondendo l’ennesima catena email, spesso firmata Protezione Civile, che consiglia di salvare il numero di un parente nella rubrica del cellulare, sotto la sigla ICE (In Case of Emergency). Questo servirebbe agli operatori delle ambulanze che molto sovente, in occasione di incidenti, non sanno chi poter contattare.
È bene chiarire che questa mail è, in parte, una bufala. Al momento nessun addetto della Protezione Civile, così come il 118, ha avuto il permesso di avviare un’iniziativa del genere, che non ha nulla di ufficiale.
A dire la verità l’idea arriva non da un’istituzione, ma da una pratica molto diffusa negli Stati Uniti, dove il servizio viene usato. Là la pratica venne proposta nel maggio 2005 al paramedico Bob Brotchie, che cercava un sistema utile a conoscere informazioni mediche importanti su chi soccorreva. Per questo iniziò a consigliare a tutti di salvare almeno tre numeri in rubrica, con una formula simile a questa: 1ICE-mum, 2ICE-dad, 3ICE-friend.
La sigla, in seguito, venne resa popolare in un simbolo disegnato da Mark Balduzzi, che vedete qui a fianco, e che può essere incollato sotto forma di adesivo sul cellulare. Il numero sbarcò in Europa in occasione degli attacchi terroristici del 2005 a Londra. Ci si accorse che spesso era difficile individuare i parenti più stretti dalla rubrica del cellulare di chi riceveva soccorsi, tanto che la stessa Vodafone dichiarò che meno del 25% dei suoi utenti, in quel periodo, usava un sistema simile all’ICE.
Nel frattempo negli Usa si è creato un vero e proprio business intorno all’ICE, dai servizi assicurativi con tessera Ice alle targhette da appendere al collo, dai software ICE per il cellulare fino ai database online.
Fin qui tutto bene. Poi dal 12 luglio dello stesso anno si diffusero, prima in Gran Bretagna e poi, in versioni “localizzate” anche in Italia, le email catena, che rappresentano questa richiesta come ufficiale. Non è così, anche perché ci sono alcuni limiti, secondo gli esperti. Per prima cosa, ad esempio, in caso di incidente il telefono potrebbe spegnersi, ed alla riaccensione è spesso protetto da un codice Pin. In secondo luogo, dal punto di vista della privacy, scrivere genericamente ICE non dà alcuna assicurazione in merito alla reale identità di chi risponderà al telefono, quindi sarebbe poco cauto, ad esempio, chiedere informazioni chiave riguardanti le allergie o l’autorizzazione all’espianto degli organi.
In casi estremamente complessi, o più semplicemente per chiamare i genitori in ospedale, invece, l’ICE potrebbe essere molto utile. Ma non lo sarà del tutto fino a quando non sarà ufficializzato anche qui, come ci illustra il responsabile del 118 di Varese, Claudio Mare: «Questo servizio potrebbe essere utile, ma dovrebbe essere qualcosa di definito, gli utenti non conoscono questa possibilità e nemmeno gli operatori. Dovrebbe essere una pratica diffusa, e per farlo sarebbe necessario istituzionalizzarla. Quindi deve occuparsene chi gestisce la regolamentazione della prima fase del soccorso, immagino che la cosa possa partire da un’istituzione come la Regione».
Salvare l’ICE in rubrica non fa male, e in casi estremi potrebbe servire «Se ad esempio si perdono i documenti, che sono la prima cosa che si cerca, avere un numero di riferimento potrebbe risolvere qualche problema», assicura Mare. Ma non c’è niente di ufficiale per ora e per questo, quindi, l’utilità è sensibilmente ridotta.
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