Il Giappone in una ciotola. Taeko e la filosofia del ramen
La chef e divulgatrice culturale giapponese racconta la storia e la filosofia del ramen, tra tradizione, lentezza e rispetto per gli ingredienti
Ospite della Materia del Giorno è stata Taeko Murata, chef e divulgatrice culturale giapponese, che ha accompagnato il pubblico in un viaggio nel cuore del Giappone, tra profumi di brodi e ciotole fumanti di ramen. Con la sua esperienza e la sua sensibilità, Taeko ha mostrato come il ramen non sia soltanto un piatto, ma un simbolo di convivialità, equilibrio e rispetto per la materia prima.
Il ramen è uno dei piatti più popolari del Giappone contemporaneo, amato da studenti, lavoratori e famiglie. La sua storia, però, è più complessa: ha origini cinesi e arriva in Giappone nella prima metà del Novecento, diffondendosi rapidamente nel secondo dopoguerra, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, quando diventa il pasto ideale per chi deve mangiare in fretta ma con gusto.
ESISTONO MOLTI TIPI DI RAMEN
Nel tempo, il ramen si è “giapponesizzato”. I cuochi locali hanno aggiunto ingredienti tipici come dashi, kombu, tonno secco e katsuobushi, dando vita a un sapore nuovo, profondamente legato alla cultura nipponica.
Taeko ha spiegato che esistono molti tipi di ramen, diversi da regione a regione. A Hokkaido, per esempio, è celebre il miso ramen, preparato con la tipica pasta di soia fermentata, mentre altrove prevalgono versioni con salsa di soia o brodo di pesce.
Il brodo, infatti, è la base di tutto. Può essere di pollo, maiale, pesce o verdure, e spesso cuoce per otto ore. Al brodo si aggiunge il tare, la salsa che ne definisce il carattere, e naturalmente i noodles, pasta sottile di farina di frumento, senza uova, realizzata con acqua alcalina (kansui), che conferisce elasticità e un colore dorato. Ma un buon ramen non si ferma qui. Il piatto è completato da numerosi topping, ognuno preparato con cura: il chashu, maiale brasato; l’uovo marinato per uno o due giorni, il bambù condito e lasciato riposare nel mirin, il naruto, un tipo di surimi giapponese e i cipollotti, risciacquati a lungo per eliminare l’amaro.
EQUILIBRIO
Ogni elemento ha un ruolo preciso e contribuisce all’armonia complessiva del piatto. «Il ramen – ha spiegato Taeko – è un piatto che richiede tempo e dedizione. Non basta il brodo: serve equilibrio tra tutti gli ingredienti, attenzione al dettaglio e amore per la preparazione».
Negli ultimi anni il ramen ha superato i confini del Giappone diventando un piatto globale, amato anche in Occidente. In Italia, dove la cultura gastronomica è profonda e legata al territorio, Taeko ha trovato un terreno fertile. «Amo l’Italia – racconta – per la sua artigianalità. Qui ogni piatto è fatto con passione e rispetto per il prodotto. È lo stesso spirito che anima anche la cucina giapponese».
LE VERSIONI FUSION
Non mancano le versioni fusion, nate dall’incontro con altre tradizioni: in Thailandia si aggiunge latte di cocco e spezie piccanti, mentre qualcuno in Giappone sperimenta il ramen al pomodoro. Taeko sorride: «Il vostro pomodoro è dolce, può funzionare. Ma per chi non ha mai assaggiato il ramen consiglio di iniziare da quello autentico, preparato come in Giappone».
Il ramen, insomma, non è solo un piatto, ma è un’esperienza. Racchiude in sé la filosofia della cucina giapponese – lentezza, armonia, rispetto per gli ingredienti e per chi li consuma. «È un cibo completo, equilibrato, digeribile. E soprattutto – conclude Taeko – un gesto di cura. Ogni ciotola racconta una storia, un incontro, un momento di calore». Provare un ramen autentico significa quindi avvicinarsi a una cultura che unisce semplicità e profondità, tradizione e innovazione. E come ci insegna Taeko, ogni cucchiaio di brodo è un piccolo viaggio nel cuore del Giappone.
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