L’emozione del palco: le foto di Camardo e quel “senso di libertà” che gli schermi sembrano aver fatto svanire
A Materia il racconto di Cesare Camardo e Francesco Brezzi. Il libro fotografico No easy action mostra una scena dove «aleggiava un grande senso di libertà»ìì grazie ai tour nati da «poche parole intrise di empatia» e la polvere dei club
«Era come una grande messa collettiva a cui nessuno dei partecipanti voleva sottrarsi». È con questa immagine che si apre il racconto di Cesare Camardo a Materia, dove martedì 3 febbraio è stato presentato il volume fotografico No Easy Action. In dialogo con Francesco Brezzi, fondatore dell’etichetta varesina Ghost Records, l’autore ha ripercorso quarant’anni di musica underground, documentati in 129 scatti che vanno dal 1986 a oggi, in un “diario di viaggio” che parte dalla pellicola per arrivare a interrogarsi sul senso profondo della partecipazione oggi.
Il libro, edito da Low, raccoglie materiale frutto dal ritrovamento fortuito di vecchi archivi durante un trasloco. «Mi sono accorto di averne perse molte. Ho iniziato così a metterle insieme e a dividerle per temi» ha spiegato Camardo. Un lavoro definito dalla casa editrice come un «moderno libro di antropologia» , arricchito dai contributi diretti dei musicisti ritratti. Tra le letture proposte dall’associazione Parole in Viaggio, è emerso il valore dei ricordi intimi, come quello di Paolo Spaccamonti: «Una di quelle rare occasioni in cui riuscii a sradicare il mio caro padre da casa per portarlo via con me. La vita è colma di piccoli e grandi ricordi come questo».
Il cuore del dibattito a Castronno è stato sulla “distanza digitale”. Camardo ha ricordato con nostalgia l’epoca delle «telefonate e comunicazioni essenziali, poche parole intrise di empatia» che bastavano a muovere band dagli Stati Uniti per tour europei di mesi, animati da un «enorme senso di comunità». Oggi, quella connessione sembra spezzata: «Migliaia di persone mettono uno schermo tra le arti performative e loro. In realtà si stanno distanziando dall’evento». Per l’autore, la tecnologia ha ucciso i tempi morti che alimentavano la passione: «Scompare l’attesa e scompare il desiderio, la curiosità».
Brezzi e Camardo hanno anche rievocato i riti della provincia varesina, come i pomeriggi alla Casa del Disco ad aspettare l’unica copia di un vinile d’importazione. Momenti oggi passati, in cui la fotografia analogica diventa(va) un «pretesto per raccontare la musica» e quell’«orizzontalità» che permetteva di parlare con gli artisti nei club. Nonostante il pessimismo del presente, la serata e il dialogo coi presenti ha ribadito la necessità di ritrovare una «emotività empatica» e un impegno politico nella società attraverso l’arte, perché, come recita un passaggio del libro, «non potete essere presenti a quei momenti e non essere cambiati in qualche modo».
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