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“L’energia è diventata un bene di mercato. E le persone sono rimaste sole”

La transizione ecologica tra bollette, comunità energetiche e crisi climatica: perché senza ricostruire relazioni non si cambia sistema

Materia Varesenews

La crisi climatica non è solo una questione ambientale. È una questione sociale. E se non diventa una questione collettiva, condivisa, partecipata, non si risolve.

A Materia, nell’appuntamento mensile della redazione Clima e Ambiente – coordinata da Fulvio Fagiani –  Vittorio Cogliati Dezza, già presidente nazionale di Legambiente e coautore del libro Clima ingiusto, ha messo al centro una parola che raramente entra nel dibattito sulla transizione: welfare.

Il punto di partenza è semplice quanto spiazzante: il clima è un moltiplicatore di disuguaglianze. Lo è tra Nord e Sud del mondo, lo è nelle città italiane, lo è nei quartieri popolari. «La transizione non può essere imposta: deve diventare una scelta collettiva – ha detto Cogliati Dezza -. Posso riempire la Pianura Padana di fotovoltaico, ma se le persone non vedono in quella strada una risposta ai propri bisogni, non sposto nulla».

Il problema non è il “povero energetico”

Negli ultimi anni si è parlato molto di povertà energetica. Bollette, bonus, morosità. Ma secondo Cogliati Dezza il problema è più ampio: «Non esiste solo il povero energetico, esistono vulnerabilità energetiche». La differenza è sostanziale. Non si tratta solo di chi non riesce a pagare la bolletta, ma di chi vive in case inadatte alle ondate di calore, in quartieri senza verde, in edifici pubblici degradati. «Intervenire con il bonus è welfare riparativo. Intervenire sugli infissi, sull’efficientamento, sui rifugi climatici è welfare preventivo».

E qui il racconto si fa concreto. L’anziana che d’estate trova sollievo solo scendendo a giocare a carte dall’amica al piano terra; il condominio dove gli abitanti rifiutano i pannelli solari perché prima vogliono smettere di mettere le bacinelle per l’acqua che piove dal tetto. Storie che mostrano una cosa: la transizione fallisce quando non parte dai bisogni reali.

Dal consumatore individuale alla comunità

Il nodo, secondo l’autore, intervistato insieme da Fagiani e Valentina Minazzi – presidente di Legambiente Varese – è culturale prima ancora che tecnico. L’energia è diventata un bene di mercato e ha isolato le persone. «Finché restiamo individui che si arrangiano, restiamo in una dimensione pre-politica». Il salto avviene quando il bisogno diventa collettivo: quando un quartiere chiede forestazione urbana, quando un gruppo si organizza per migliorare le condizioni abitative, quando un’infrastruttura sociale – una parrocchia, un centro anziani, un portierato sociale – evita che un’ondata di calore diventi tragedia.

Non è teoria. A Chicago, nel 1995, durante un’ondata di caldo con oltre 750 morti, i quartieri con reti sociali attive registrarono un numero di decessi simile a quello delle aree ricche, pur senza aria condizionata diffusa. «L’infrastruttura sociale può valere quanto un condizionatore».

Il ricatto del lavoro e la “fake news” della transizione per ricchi

Dal pubblico arriva la domanda che circola in molte famiglie: la transizione non rischia di lasciare a casa migliaia di lavoratori del fossile? Cogliati Dezza non gira intorno: «È una fake news. Nessuno dice quanti posti di lavoro si perdono non facendo nulla. La crisi occupazionale italiana precede la transizione ecologica. E le rinnovabili, a parità di investimento, generano più occupazione diffusa rispetto ai grandi impianti centralizzati».

Il vero problema, semmai, è politico: «Se le politiche di decarbonizzazione penalizzano la maggioranza della popolazione, non avranno successo». È il caso di alcune misure fiscali costruite male, che hanno favorito chi poteva anticipare capitali lasciando fuori gli incapienti.

Le comunità energetiche? Uno strumento, non la soluzione

Spazio anche alle Comunità energetiche rinnovabili. Possono essere la risposta? «Sono uno strumento. Se diventano solo un modo per accedere a incentivi, perdono il loro potenziale. Se invece rafforzano relazioni e responsabilità collettiva, allora fanno la differenza». La parola chiave resta sempre la stessa: comunità. Non tecnologia.

Nucleare, geotermia e sistemi di accumulo

Il confronto si è poi allargato a nucleare, geotermia e sistemi di accumulo. Cogliati Dezza non nega la complessità tecnica ma ribadisce una linea: nessuna soluzione è neutra dal punto di vista sociale. Il modello energetico centralizzato riproduce poteri concentrati; le rinnovabili distribuite aprono spazi diversi, ma non automaticamente giusti. E mentre cresce la domanda elettrica, anche per l’intelligenza artificiale, il rischio è continuare a discutere solo di megawatt senza interrogarsi su chi vince e chi perde nella transizione.

«Diventare tutti un po’ esperti di welfare»

La serata si chiude con una provocazione: «Dovremmo diventare tutti un po’ esperti di welfare». Perché la transizione ecologica non è solo un fatto tecnico. È una scelta su come vogliamo vivere insieme. E senza una risposta pubblica – capace di tenere insieme ambiente e giustizia sociale – la transizione rischia di essere percepita come un privilegio per pochi.

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Pubblicato il 12 Febbraio 2026
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