Per diventare più grande, l’hockey su ghiaccio italiano investa sugli arbitri

I playoff di IHL hanno messo in luce un problema strutturale di questa disciplina: per proteggere chi investe, chi vorrebbe farlo e chi paga il biglietto serve un cambio di passo. Anche graduale

Trionfo Usa contro il Canada nella finale hockey su ghiaccio alle Olimpiadi  (foto Mattia Martegani)

Sono le 17 del 5 luglio del 1982 quando sul campo dello Stadio di Sarriá di Barcellona scendono in campo Italia e Brasile: chi vince ipoteca il Mondiale di Spagna. Arbitra il brasiliano Garcia Inacio Barroso detto ‘U Carcamagnu’. Un arbitro brasiliano chiamato a dirigere la nazionale del proprio paese!? No, impossibile! E in effetti la gara fu diretta dall’israeliano Abraham Klein e come andò a finire lo sanno tutti.

Ma è davvero impossibile che un arbitro della stessa nazione che sta giocandosi qualcosa di importante, possa dirigere la partita squadra del proprio Paese? Nell’hockey su ghiaccio no, visto che, senza andare troppo distanti temporalmente, lo scorso mese di febbraio due dei quattro arbitri che hanno diretto la finale olimpica per la medaglia d’oro giocata tra Canada e Stati Uniti, erano in effetti canadesi. C’è però una differenza, oltre che canadesi sono professionisti, persone che fanno quello di mestiere e che lavorando ogni giorno per farlo meglio. Prova ne è la perfetta direzione di gara di una delle partite più importanti a livello planetario degli ultimi venti anni, che ha assegnato l’oro agli USA. (foto in alto di M. Martegani)

Possono sbagliare? Certo! Nella stessa misura in cui a noi giornalisti capita un refuso all’interno di un articolo, al macellaio che affetta due etti e mezzo di prosciutto anziché due precisi, o al progettista di Chevrolet che chiama “Nova” il modello destinato al mercato sudamericano, ignorando che nell’idioma spagnolo «no va» significa «non funziona».

Questo prologo ci serve per introdurre gli ultimi accadimenti in termini di gestione arbitrale delle partite in IHL, fatti che sembrano far emergere un problema endemico di grande portata, che in qualche modo rischia di minare la crescita di un campionato con labili equilibri come quelli del torneo in cui giocano anche i Mastini Varese. Precisiamo che, in nessun modo, pensiamo a “partigianeria” da parte della categoria. No: non esistono schieramenti faziosi o acritici verso qualcuno o qualcosa, il problema riguarda la mancanza di professionisti e quindi di professionalità.

Per crescere, e rendere il movimento sempre più bello visto che il livello sta di fatto evolvendo, sono necessari arbitri che il loro lavoro lo sappiano fare bene, al netto di tutto, per garantire che lo spettacolo possa andare in scena in maniera regolare. Se questo non accade saltano le regole, e se le regole saltano il gioco ne risente penalizzando i giocatori e soprattutto chi paga un biglietto per assistere alle partite. Difficile? Certamente sì, ma è un argomento che va affrontato: servono risposte e serve lavorare a una soluzione, anche graduale, che tenda risolvere il problema.

A oggi gli arbitri italiani sono quasi tutti semi-volontari, pagati tramite rimbors0 spese, senza contratti reali. Professionalizzarli costerebbe cifre che la FISG e le leghe minori non hanno, e del resto neppure i fischietti del calcio o del basket delle massime categorie sono (formalmente) professionisti. Figuriamoci gli altri. Alcuni tentativi però andrebbero fatti, come per esempio un buon lavoro di marketing, provando a recuperare soldi da sponsor dedicati alla categoria, e in parallelo lavorare su valutazioni sistematiche post-partita, video review anche nei campionati minori. Nel medio termine, un pool ristretto di capo-arbitri d’élite con contratti part-time reali potrebbe essere un obiettivo realistico.

Va considerato che il vero ostacolo non sembra solo economico, ma culturale. Oggi un arbitro scarso non rischia nulla professionalmente non essendo per l’appunto un professionista (o almeno un dilettante d’alta fascia). Non viene retrocesso, non riceve feedback ufficiali. Manca una sana pressione meritocratica, elementi che potrebbero aiutare nel percorso di crescita degli stessi giudici di gara, nella maniera graduale di cui si parlava.
Qualcosa insomma va fatto, un segnale va mandato, per chi investe in questo sport ma anche per chi vorrebbe farlo, oltre che per il già citato bene maggiore: il pubblico di appassionati.

ALLA BALAUSTRA –  Se sei un appassionato di hockey e di sport in generale, ti consigliamo di ascoltare il nostro podcast dedicato a questa disciplina. Trovate le puntate nel box sottostante: sono disponibili su tutte le principali piattaforme.

 

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Pubblicato il 10 Marzo 2026
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