Giorgetti a Varese: «La politica oggi è un atto di fede. E senza fiducia lo spread vola a 400»
Il ministro dell'Economia e delle Finanze ospite dell'evento #ilsognocheVa. Con lui il direttore generale del Censis Massimiliano Valerii. Al centro del dibattito: giovani, demografia, declino del ciclo democratico e crisi della pubblica amministrazione
«Fare il ministro dell’Economia è l’ultima cosa che vorrei fare». Giancarlo Giorgetti, titolare del Ministero dell’Economia e delle Finanze, ha scelto l’ironia per aprire il suo intervento al ristorante Da Annetta di Varese, dove venerdì sera si è tenuto l’incontro organizzato da #ilsognocheVa sul tema «Italia, giovani e imprenditorialità: chi guiderà la prossima generazione?». A dialogare con lui Matteo Inzaghi, direttore di Rete55.
«Siamo nella fase finale del ciclo delle democrazie occidentali»
Il quadro tracciato dal ministro è stato netto, quasi impietoso. Giorgetti ha parlato di una fase terminale del ciclo liberal-democratico che ha caratterizzato l’Occidente nell’ultimo secolo: «Le civiltà nascono, crescono, raggiungono la maturità e poi declinano. Noi siamo chiaramente nella fase del declino». Un declino che, a suo giudizio, non dipende da un singolo leader politico, neanche da «il presidente americano col ciuffo», ma è il colpo di coda di una civiltà che non accetta di prendere atto della propria trasformazione.
Al centro di questa crisi, secondo Giorgetti, c’è il collasso del rapporto tra cittadini e rappresentanti eletti: «Se il popolo non crede più nei propri rappresentanti, che è il sale della democrazia, questo è un grosso problema». Il ministro ha ricordato come in passato ci fosse chi era disposto a morire per conquistare il diritto al voto, mentre oggi «i figli si vergognano dei genitori che fanno politica». Non è quindi sorprendente, ha aggiunto, che una parte crescente degli intervistati nei sondaggi consideri l’autocrazia un sistema più efficiente.
L’impasse europea e il corto circuito della responsabilità
Giorgetti ha descritto un meccanismo perverso di scarico delle responsabilità: la politica italiana dà la colpa all’Europa, l’Europa non decide nulla di sostanziale, e il processo democratico finisce «in tilt». «A livello europeo non c’è la capacità di decidere, c’è la capacità di non decidere. E quando la politica non decide, è un problema».
A questo si aggiunge il peso del debito pubblico italiano: «Pago 80-90 miliardi all’anno di interessi a soggetti stranieri. Non è come negli anni ’70-’80, quando quegli interessi tornavano alle famiglie italiane e creavano reddito disponibile. Oggi è una rendita passiva che non produce crescita». Una delle immagini più efficaci della serata: «La settimana prossima sarò a Washington con i ministri delle maggiori potenze mondiali. Negli anni ’70-’80-’90 si pensava che lì si decidessero le sorti del mondo. Ora posso assicurarvi che non sappiamo da che parte girarci».
Il miracolo come atto di fede e il problema demografico
Interpellato sull’associazione del suo nome alla parola «miracolo» apparsa su alcune agenzie di stampa, Giorgetti non si è sottratto: «Sì, il miracolo è possibile, nel senso che è un miracolo continuo che la macchina continui a funzionare. E si regge sulla fiducia. La politica oggi è semplicemente un atto di fede». La fiducia, ha spiegato, è anche la condizione materiale che consente di vendere BTP, di pagare pensioni e stipendi, di tenere lo spread sotto controllo: «Se non ispiri fiducia, la gente non ti dà i suoi risparmi, lo spread va a 400 e il paese va a rotoli».
Sul fronte demografico, Giorgetti ha usato parole durissime. Ha ricordato di aver tentato, nei suoi primi due anni al ministero, di portare il tema al centro del dibattito: «Ho messo qualche risorsa in più per i nuovi nati, ma evidentemente non basta, perché il fattore è culturale». E ha lanciato un dato destinato a far riflettere: «Nell’arco di dieci anni, metà delle università italiane potrebbe chiudere i battenti per carenza di studenti. Ci saranno più docenti che studenti». Un’apertura apprezzata sul territorio varesino è arrivata sul corso di laurea in economia dell’arco milanese-basso varesino dell’Università dell’Insubria: «È stata una scelta intelligente, perché risponde a un sistema economico reale».
Pubblica amministrazione: «La metà dei vincitori di concorso rifiuta l’incarico»
Tra i passaggi più diretti della serata, quello sulla crisi della pubblica amministrazione. Giorgetti ha rivelato che al Ministero dell’Economia, tra tutti i ministeri, uno dei più attrattivi per carriera e prestigio, «la metà di chi vince un concorso rifiuta di prendere l’incarico». Un segnale, ha commentato, del progressivo svuotamento delle strutture tecniche dello Stato: «Tra dieci anni non avremo un’amministrazione pubblica all’altezza, se non riusciremo ad attrarre risorse umane di qualità».
Ai giovani: «Fare politica? Solo se credi di poter fare qualcosa di buono per gli altri»
Allora perché fare politica? Giorgetti ha risposto senza esitazione: «Puoi fare qualcosa di buono per gli altri. Se manca questo e un pizzico di pazzia non ha senso razionale alcuno farlo». Una risposta che ha rispecchiato il tono dell’intera serata: lucida nei contenuti, a tratti pessimista nel quadro, ma costruita su una scommessa di fiducia. Quella stessa fiducia che, ha ricordato il ministro, è l’unica infrastruttura che tiene in piedi il sistema.
La chiusura di Rasizza proprio sul coraggio e la fiducia
Rasizza, prima dei saluti finali, ha ripreso una riflessione del ministro per affermare che i giovani non hanno bisogno di protezione, ma di fiducia e di occasioni concrete. Il talento, sostiene, non si sviluppa in ambienti protetti, ma quando qualcuno ti dice “provaci, sbaglia, io credo in te”.
Genitori e imprenditori hanno una responsabilità precisa: essere esempio, essere spinta, essere quella voce che accende il coraggio e, come aveva sottolineato il ministro, con un pizzico di follia necessaria per osare davvero.
Il futuro si cambia con le scelte, non con le parole
Guardando alla fondazione di Openjobmetis il 5 febbraio 2001, Rasizza si chiede onestamente se oggi avrebbe lo stesso coraggio di ricominciare. La risposta è probabilmente no, ma è proprio questo il punto: il coraggio non nasce dalla chiarezza, nasce dall’incertezza.
«Non vince chi aspetta il momento perfetto. Vince chi ha il coraggio di iniziare adesso».
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