I presunti terroristi non parlano, ma una città scossa si interroga

Non avevano contatti stabili con le comunità islamiche locali i salafiti arrestati. Tra gli stranieri si guarda al futuro con preoccupazione

Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere i quattro tunisini arrestati mercoledì con l’accusa di appartenere al gruppo terroritico salafita. Hanno ostentato tranquillità di fronte alle domande degli investigatori e non hanno aggiunto nessun commento alle ipotesi di reato contestate loro. L’appartamento di via Dubini, nel frattempo, é divenuto centro di dubbi e curiosità da parte di un’intera città. Una Gallarate stordita che, questa mattina, si é svegliata con ancora nelle orecchie e negli occhi le immagini e le notizie che tutti i telegiornali nazionali hanno rimbalzato come una grancassa inquietante fino a notte fonda.

Il venerdì di calma dopo la tempesta è giorno di preghiera per le comunità islamiche di Gallarate. Una città che conta un migliaio di stranieri registrati all’ufficio anagrafe. Numeri che testimoniano una presenza consolidata: 215 albanesi, 162  marocchini, 130 pakistani, 91 serbi e montenegrini, 63 cittadini del bangladesh. Queste le comunità più numerose. Comunità che oggi si interrogano. Said Mundir, cittadino del Marocco, gestisce una macelleria islamica ad Arnate. È uno degli animatori dell’Associazione Marrakech, e si trova in Italia già da qualche anno. È conosciuto e ben integrato in città. Ha in testa la cuffia tradizionale per la preghiera, mentre si reca alla moschea.

"Cosa devo pensare? Purtroppo queste notizie sul terrorismo sono diventate quasi normali. Spesso l’immagine del musulmano viene associata a quella del terrorista. È un po’ come in America italiano e mafia". I tunisini di via Dubini? "Mai visti prima". Ombre nella notte quei tunisini salafati. Lo conferma il sostituto procuratore di Busto Arsizio Giuseppe Battarino. "Siamo portati a pensare che si trattasse di una cellula senza alcun contatto stabile con le comunità locali. L’inchiesta é diventata azione repressiva nel momento in cui gli arrestati stavano guardandosi intorno, cercando di saggiare il terreno".

Non è semplice capire la psicolgia, i comportamenti, le strategie di un gruppo ristretto orientato alla guerra santa. Il pm Battarino prova ad abbozzare qualche considerazione. "Forse potremmo fare un paragone, a livello sociologico, con le prime colonne delle Brigate Rosse. Allora c’era la volontà di tentare un’infiltrazione tra gli operai, di essere tra loro, come loro, per riuscire a portare qualcuno, magari esasperato da un clima di forte tensione, verso un reclutamento nella lotta armata".

E la dinamica dei salafiti poteva andare in questa direzione. Un clima di tensioni sociali, che potesse dare come risultato, dopo un preciso corteggiamento, l’acquisto di qualche militante di Dio. 

Difficile prevedere cosa cambierà in questa zona dopo l’operazione che ha gettato l’ombra di Osama Bin Laden sulla città. Le reazioni in verità sono state abbastanza caute fino a questo momento. Ma certo qualcosa cova sotto l’apparente calma. Gallarate era stata al centro di vibranti polemiche legate alla questione immigrazione. In particolare era stato il Coordinamento Pace & Solidarietà a scendere in campo con decisione verso una politica a favore degli stranieri. Uno dei suoi coordinatori, Pino Borgomaneri, membro delle Acli di via Agnelli, esterna le sue preoccupazioni: "Si é creato allarmismo, questo è indubbio. È successo qualcosa degno di atenzione, ma non vorrei che si trasformasse tutto in una criminalizzazione indiscriminata degli islamici". E domani pomeriggio i sindacati saranno in piazza a Busto Arsizio per manifestare a favore della società multirazziale. Una risposta alla fiaccolata anti-clandestini di marzo. Non sarà un pomeriggio qualunque.

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Pubblicato il 06 Aprile 2001
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