Gli audio che hanno travolto Claudio Zali e la morte di “Sabrina”: il caso che scuote il Ticino
Claudio Zali, esponente della Lega dei Ticinesi e nel governo cantonale, è uno dei politici più potenti del Ticino. A poche settimane dallo scoppio del caso, la morte nel Ceresio della 52enne che aveva pubblicato gli audio ha impresso un'accelerazione alla vicenda, con molti sviluppi negli ultimi giorni
Prima le registrazioni con frasi violente attribuite a Claudio Zali, esponente della Lega dei Ticinesi e membro del governo cantonale. Poi la morte nel lago di Lugano della 52enne che aveva pubblicato gli audio. Ora l’autopsia indica l’annegamento come causa del decesso e, al momento, non emergono interventi di terzi.
È una storia che da settimane scuote la politica della Svizzera italiana e che ha visto un’accelerazione negli ultimi giorni.
Per capire quanto sia stato dirompente il caso Claudio Zali bisogna partire da una differenza tra il sistema politico svizzero e quello italiano. In Canton Ticino il Consiglio di Stato è il governo cantonale, l’organo esecutivo formato da cinque membri eletti direttamente dalla popolazione. I suoi componenti sono chiamati consiglieri di Stato e ciascuno dirige un Dipartimento: una funzione che, per un lettore italiano, può essere approssimata a quella di un ministro o assessore regionale, anche se inserita in un sistema istituzionale diverso. Il presidente del Consiglio di Stato presiede invece collegialmente il governo per un anno, secondo un sistema di rotazione.
Claudio Zali, esponente della Lega dei Ticinesi, era contemporaneamente consigliere di Stato, presidente di turno del governo cantonale e direttore del Dipartimento del territorio, l’amministrazione che si occupa tra l’altro di ambiente, pianificazione territoriale, costruzioni, strade e mobilità.
È da questa posizione di primo piano che, nel luglio del 2026, viene investito da una vicenda destinata a trasformarsi in uno dei casi politici più gravi degli ultimi anni in Ticino. Da uomo potentissimo in Ticino, è stato travolto non tanto dall’inchiesta – per cui vale la presunzione d’innocenza – quanto dagli interrogativi morali e dall’aura di dubbi che circondano la vicenda.
Gli audio pubblicati sui social
Il caso esplode il 22 luglio, quando sui social vengono pubblicate alcune registrazioni di conversazioni telefoniche avvenute anni prima tra Zali e una donna. Le telefonate erano state registrate all’insaputa del politico. In uno dei passaggi diventati pubblici Zali, parlando di una donna che secondo il racconto della sua interlocutrice la perseguitava, suggerisce di reagire con la violenza. Tra le espressioni finite al centro delle polemiche ci sono «riempila di botte» e il riferimento a una donna che Zali sostiene di avere in passato «pestato».
La pubblicazione delle telefonate provoca immediatamente un caso politico. Non solo per la violenza delle parole, ma perché a pronunciarle è uno dei cinque componenti del governo ticinese e, in quel momento, anche il suo presidente.
Zali contesta l’interpretazione data alle conversazioni e nega di avere picchiato qualcuno. Le registrazioni, sostiene, contengono parole pronunciate in un contesto privato e di esasperazione.
La presidente del governo che gli è successivamente subentrata, la socialista Marina Carobbio Guscetti, non ha però nascosto la gravità politica del loro contenuto. In un’intervista a TeleTicino si è detta «allibita», parlando di un’incitazione alla violenza incompatibile con il ruolo di chi rappresenta lo Stato.
Il caso degli audio si innesta su un’altra inchiesta
Quando le registrazioni diventano pubbliche Zali è già al centro di un’altra vicenda giudiziaria. La Procura ticinese – in Svizzera denominata Ministero pubblico, cioè l’autorità giudiziaria che svolge le funzioni della pubblica accusa – aveva infatti aperto alla fine di giugno un procedimento penale nei suoi confronti per le ipotesi di abuso di autorità e tentata coazione.
L’indagine riguarda l’interessamento di Zali al caso di un ragazzo di 14 anni che era stato rinchiuso nel carcere della Farera e che era figlio di una sua conoscente. Secondo quanto ricostruito dalla stampa svizzera, Zali aveva convocato funzionari cantonali e la giudice dei minorenni per discutere della sua situazione.
A questa vicenda se ne aggiunge un’altra, di natura politica: una mail del 2020 nella quale Zali era intervenuto presso i vertici dell’Ente ospedaliero cantonale per favorire l’assunzione di una propria conoscente. Il clima intorno al consigliere di Stato diventa rapidamente insostenibile.
Le dimissioni annunciate, ma non immediate
Il 29 luglio Zali annuncia che lascerà il governo cantonale. Non immediatamente: indica come data delle dimissioni il 30 settembre 2026. La scelta di rimanere ancora due mesi in carica alimenta ulteriormente il confronto politico.
Nel frattempo il governo riorganizza le competenze interne e Zali viene progressivamente privato di alcuni incarichi. La crisi si aggraverà ulteriormente all’inizio di settembre, quando emergerà l’esistenza di un secondo procedimento penale.
La donna che aveva pubblicato gli audio
La persona che aveva messo online quelle registrazioni era una 52enne domiciliata nel Luganese. Nelle cronache successive è stata indicata con lo pseudonimo di “Sabrina”, lo stesso nome utilizzato dalla donna sui social.
Dopo la pubblicazione degli audio viene ascoltata dagli investigatori. Secondo quanto ricostruito dalla RSI, il 23 luglio viene sentita per diverse ore dalla polizia giudiziaria come testimone e il giorno seguente dalla Procura, sempre nella stessa veste. Agli inquirenti aveva anche consegnato alcuni documenti.
Proprio da questi accertamenti emerge un nuovo filone investigativo. Il 1° settembre il Ministero pubblico rende noto che nei confronti di Claudio Zali è stato aperto un secondo procedimento penale, questa volta per possibili reati contro l’integrità sessuale. I fatti contestati risalirebbero ad alcuni anni prima e l’incarto nasce dalle dichiarazioni di una terza persona. Zali è stato interrogato come imputato e ha respinto ogni responsabilità.
La RSI riferisce inoltre che gli accertamenti sono iniziati anche dopo le testimonianze rese dalla 52enne e la consegna dei documenti agli investigatori. È importante distinguere i diversi ruoli: la donna che aveva diffuso gli audio era stata ascoltata come testimone, mentre la persona indicata come presunta vittima nel nuovo procedimento è un’altra donna.
Per entrambe le inchieste nei confronti di Zali vale naturalmente la presunzione di innocenza.
Il 18 agosto la morte nel lago di Lugano
Il 18 agosto, intorno alle 17.30, la donna viene trovata nelle acque del Ceresio, il lago di Lugano, vestita, all’altezza di Melide e a pochi metri dalla riva. I soccorsi non riescono a salvarla.
Il giorno successivo viene resa pubblica la sua identità come la donna che aveva diffuso le telefonate di Zali. Il Ministero pubblico apre un’inchiesta per stabilire con precisione le cause e la dinamica della morte.
La coincidenza tra la morte, gli audio, la denuncia di una precedente aggressione e le dichiarazioni della donna sul fatto di sentirsi in pericolo trasforma immediatamente il caso politico in una vicenda ancora più delicata. Ma proprio su questo punto è necessario distinguere gli interrogativi sollevati pubblicamente dai risultati delle indagini.
“Mi ritengo in pericolo”
Dopo la morte della 52enne è emerso un elemento che ha contribuito ad aumentare ulteriormente l’attenzione pubblica sul caso.
Alla fine di luglio la donna aveva scritto una lettera al collettivo femminista “Io l’8 ogni giorno”, spiegando di sentirsi «in pericolo dopo la pubblicazione su Instagram degli audio».
La lettera è stata letta pubblicamente martedì 3 settembre durante un presidio davanti al Palazzo di giustizia di Lugano organizzato in sua memoria.
C’è inoltre un altro episodio oggetto di accertamenti: poco meno di due settimane prima della morte la 52enne aveva denunciato di essere stata aggredita.
Sono circostanze che hanno inevitabilmente alimentato domande e sospetti attorno alla sua successiva morte. Ma, allo stato attuale delle indagini, non è stato accertato un collegamento tra questi episodi e il decesso.
L’autopsia: la causa della morte è l’annegamento
Oggi, 4 settembre, il Ministero pubblico del Canton Ticino ha comunicato le conclusioni della perizia medico-legale.
Autopsia, indagini radiologiche, tossicologiche, istologiche e di laboratorio consentono agli specialisti di considerare «ragionevole e sufficientemente probabile» che la causa della morte sia riconducibile alle conseguenze acute di una asfissia da annegamento.
Gli esami non hanno riscontrato patologie naturali in grado di provocare il decesso o di contribuire in maniera significativa alla sua dinamica. Non sono quindi emersi elementi che inducano a pensare, per esempio, a un malore che abbia preceduto l’annegamento.
La perizia ha però fatto emergere un altro elemento importante. Le analisi tossicologiche hanno rilevato un’alcolemia molto elevata e contemporaneamente la presenza di benzodiazepine, anche se a concentrazioni terapeutiche o subterapeutiche. Secondo i medici legali l’associazione tra alcol e benzodiazepine era potenzialmente in grado di compromettere in maniera significativa la vigilanza, la coordinazione e il livello di coscienza della donna.
Potrebbe quindi avere rappresentato un importante fattore favorente nella dinamica della morte: sia nell’ipotesi di una caduta in acqua dalla riva, sia rendendo più difficili il nuoto e la capacità di reagire una volta nel lago.
Soprattutto, il Ministero pubblico precisa che gli accertamenti svolti finora non hanno evidenziato un intervento di terzi nella determinazione del decesso.
Non si tratta ancora della chiusura dell’inchiesta. Gli investigatori stanno continuando a esaminare le tracce raccolte, ascoltare testimoni e verificare gli elementi circostanziali. È inoltre prevista una valutazione radiologica da parte degli specialisti dell’Istituto di medicina legale di Zurigo.
Intanto Zali viene privato del suo Dipartimento
Mentre proseguono le indagini sulla morte della donna, la crisi politica raggiunge un altro punto di svolta. Dopo la notizia del secondo procedimento penale il governo cantonale ha chiesto a Zali di anticipare le dimissioni rispetto al 30 settembre. Lui ha rifiutato, ribadendo la propria innocenza.
Il 2 settembre gli altri componenti del Consiglio di Stato hanno deciso quindi di togliergli la gestione del Dipartimento del territorio, affidandola temporaneamente al consigliere di Stato Raffaele De Rosa.
Per un lettore italiano, la decisione può essere descritta come una sorta di revoca delle deleghe: Zali rimane formalmente membro del governo cantonale e può continuare a partecipare alle sedute, ma non dirige più l’apparato amministrativo che aveva guidato per anni. È un provvedimento eccezionalmente pesante sul piano politico.
La stessa presidente Marina Carobbio Guscetti ha spiegato che, accanto alla presunzione di innocenza che deve essere garantita sul piano giudiziario, esiste una questione distinta riguardante la credibilità delle istituzioni. «Una persona che rappresenta lo Stato non può dire queste cose», ha detto riferendosi agli audio.
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Per ammissione degli stessi media ticinesi, e’ stato l’interesse della stampa ha fatto si che le indagini e i successivi passi (revoche incarichi) fossero compiuti. Dopo le prime notizie anche la RSI “temporeggiava”