«In Africa la beneficenza non basta»
Presidenti dell'associazione "Amici di Mons. Emilio Patriarca", i coniugi Astuti da anni si occupano dei problemi dello Zambia
Caterina e Marco Astuti ormai da trent’anni vivono la loro vita divisi fra la quotidianità di Varese, dove lei è casalinga e lui Docente Universitario all’Insubria e alla Liuc di Castellanza, e la drammatica realtà dello stato africano Zambia.
Amici ormai trentennale di Mons. Emilio Patriarca, i coniugi Astuti hanno fondato nel 1999 insieme ad altri 17 soci l’ "Associazione Amici di Mons. Emilio Patriarca" per sostenerlo nella sua nuova avventura di Vescovo della Diocesi di Monze. I coniugi Astuti hanno presentato lunedì mattina il convegno a favore della lotta all’Aids che si svolgerà il prossimo 27 novembre all’Insubria.
Da quanto tempo svolgete la vostra attività di volontari?
"Da quando è nata l’associazione siamo stati in Zambia dodici volte per un periodo di circa tre settime ogni volta. In realtà la nostra amicizia con Mons. Emilio Patriarca dura da molto più di trent’anni e già altre volte eravamo stati in Africa per aiutarlo. Il salto di qualità è stato nel 1999 quando Mons. Patriarca è stato nominato Vescovo. Noi eravamo li con lui quando ha ricevuto la notizia e abbiamo notato l’agitazione con cui si apprestava a svolgere questo nuovo compito. Come amici ci siamo sentiti in dovere di dargli il nostro appoggio e una volta tornati in Italia abbiamo dato vita a questa associazione. Siamo partiti da 18 soci e ora siamo in circa 500".
Che tipo di azione svolgete in Zambia?
"In pratica facciamo da tramite fra coloro che operano direttamente sul territorio e i soci che coordinano da qui i progetti. Gli interventi di cui la popolazione locale ha bisogno sono molteplici e noi facciamo dei sopralluoghi per proporre nuovi progetti da far partire e per controllare l’andamento di quelli già in atto".
Quali sono i problemi principali da affrontare?
"La situazione di quella popolazione è drammatica. Negli ultimi anni il problema maggiore è sicuramente quello dell’AIDS, perché non si limita solo a una questione di tipo sanitario, ma influisce su varie sfere della vita di quelle comunità, soprattutto quella economica. Oltre a noi sono presenti sul territorio varie agenzie anche straniere, ma le particolarità della nostra associazione sono due. Prima di tutto tutti i nostri progetti vengono discussi con il Vescovo e anche tutti i fondi che raccogliamo vengono consegnati direttamente a lui. Inoltre non ci limitiamo a portare aiuti o fare della semplice beneficenza, ma cerchiamo di coinvolgere la popolazione e di accompagnarla nel cammino che sta percorrendo".
Come si è evoluto il problema dell’AIDS negli ultimi anni?
"Nonostante il progresso scientifico che ha notevolmente migliorato le condizioni di vita di una certa parte della popolazione mondiale, in Zambia la situazione è in continuo peggioramento. L’epidemia, perché di questo si tratta, continua a dilagare, e non solo per problemi economici o per il disinteresse dei paesi industrializzati. Un grosso ostacolo è rappresentato dalla cultura della popolazione. Una mamma malata, cosciente della sua malattia e delle conseguenze che può avere sul neonato, non rinuncia ad allattarlo perché questo causerebbe la sua esclusione dal clan di cui fa parte. In Africa l’azione non può e non deve essere solo di tipo sanitario, ma soprattutto di prevenzione, ad esempio a livello scolastico o di consultori, per educare la popolazione".
In questo panorama, come si pone l’Italia?
"Sicuramente non bene. Dal punto di vista economico l’Italia ha decurtato i fondi per l’estero, ma anche l’attenzione posta verso questa realtà è minimo. Anche qui si tratta di un problema di tipo culturale: pensare che le persone malate di AIDS possano ormai condurre un tipo di vita normale può valere solo per i paesi industrializzati, non certo per una popolazione il cui reddito annuo pro capite si aggira sui 370 dollari".
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