Maroni tuona ancora contro l’euro

Ospite del convegno "outplacement e mercato del lavoro", il ministro ha spiegato genesi e filosofia della riforma del lavoro

Al Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Roberto Maroni non fa certo difetto la coerenza. Ne è la riprova la convinzione con la quale, nel suo intervento conclusivo al convegno "Outplacement e mercato del lavoro" tenutosi al Cesil di Castellanza, Maroni ha ripercorso la gensi e le vicissitudini della discussa Legge Biagi e della profonda riforma del mercato del lavoro che essa sottende.

«Riformare quello che veniva definito "il peggior mercato del lavoro d’Europa" sembrava una mission impossible, ma grazie a Marco Biagi, a Sacconi e al lavoro di tanti altri ce l’abbiamo fatta» racconta il ministro. «Il primo passo fu, nell’autunno 2001, la presentazione del Libro Bianco sul mercato del lavoro (che costò la vita a Marco Biagi, assassinato nel marzo 2002 dalle nuove Brigate Rosse, ndr). Seguì una stagione di forte conflittualità con i sindacati prima che riuscissimo a far passare la legge 30, che ha reso il mercato del lavoro italiano uno dei più efficienti d’Europa».

Su questo punto proprio i sindacati hanno molto da dire, ma Maroni li previene: «Flessibilità vuol dire favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro pur senza intaccare i diritti acquisiti di chi già lavora: da un mercato rigido, che tutelava solo chi già lavorava e lasciava ai margini tutti gli altri, favorendo la crescita del sommerso, ad uno più aperto. La legge Biagi, organica, coerente, omogenea, in realtà ha combattuto la precarizzazione selvaggia regolarizzando i due milioni di Co.co.co. che erano stati assunti in pochi anni proprio in reazione alla rigidità del sistema. Si trattava di un segnale pericoloso per i lavoratori».
Senza nascondersi qualche difficoltà e lentezza, Maroni ha anche preannunciato la prossima attivazione della Borsa Lavoro, strumento di informazione e collegamento tra offerta e domanda di lavoro al servizio di aziende e lavoratori, che dovrebbe entrare in funzione durante l’estate.

A chi contesta la babele delle 35 tipologie contrattuali previste dalla riforma (in particolare i sindacati, che sanno benissimo che ogni differenziazione delle condizioni dei lavoratori è un colpo alla contrattazione collettiva, ndr) Maroni risponde: «Meglio un lavoro a tempo determinato con contratto e contributi che uno in nero senza diritti, visto che abbiamo tuttora il 25% del PIL dato dal sommerso, in cui lavorano da 3 a 4 milioni di persone». Insomma, o si mangia questa minestra, o si salta dalla finestra. Maroni è duro con «una parte dei sindacati» che a suo dire «si oppone alle innovazioni che possono ledere interessi ed equilibri di potere certo non rispondenti ai bisogni delle fasce più deboli del mondo del lavoro». Sarebbe dei sindacati e della loro resistenza alle novità la responsabilità della mancata applicazione della riforma in vari ambiti. Non solo, ma ce n’è anche per i manager: «Una ricerca mostrava che il 60% di loro giudicava inefficace la riforma del lavoro, poi abbiamo approfondito la cosa, scoprendo che in realtà non sapevano nulla della legge e delle opportunità che dava. Occorre diffonderne la consapevolezza».

Il prossimo traguardo è la riforma degli ammortizzatori sociali: «Dallo welfare allo workfare, cioè da ammortizzatori puramente passivi che accompagnano all’uscita dal mondo del lavoro ad un sistema che incentivi la permanenza nel mondo del lavoro (e quale migliore della privazione di ogni e qualsiasi sostegno, in questa logica?, ndr). Ovviamente, il tutto da accoppiarsi alla formazione permanente dei lavoratori». Gli obiettivi fissati dall’Unione Europea a Lisbona nel 2000 (occupazione al 70%) sono «irraggiungibili, specialmente con la crisi in corso. Eppure, nonostante la crisi abbiamo fatto scendere la disoccupazione e portato il tasso di occupazione al 57% della popolazione complessiva».

In conclusione, Maroni ha risposto alle domande della stampa su argomenti di carattere locale e non. Circa il caso Whirlpool, il ministro ha riferito che lunedì vi sarà un incontro in provincia, quindi ha dichiarato: «Alle aziende che delocalizzano in Cina dovrebbe essere proibito di reimportare in Italia la merce prodotta. Contro la Cina Bruxelles non fa nulla: è un’Europa matrigna».
L’anima antiliberista di Maroni si è scatenata anche sul tema lira-euro. In coerenza con le posizioni già espresse sulla necessità di abbandonare l’euro e tornare alla lira, Maroni ha ribadito: «Ho proposto di tornare alla lira per raffreddare i prezzi e rilanciare la competitività delle nostre aziende, perchè l’euro ha danneggiato imprese e famiglie. È incredibile dire che i crac Cirio e Parmalat avrebbero avuto effetti catastrofici se avessimo avuto ancora la lira. L’euro è servito solo a mascherare le gravissime responsabilità della classe politica che negli anni Ottanta ha fatto esplodere il debito pubblico italiano. La Lega parla, ma spesso dice la verità: vederete che tra pochi anni si reintrodurrà la doppia circolazione monetaria».

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Pubblicato il 10 Giugno 2005
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