Il generale e il colonnello concordano: missione compiuta
Gerardo Restaino (foto), il colonnello al comando del reggimento di Supporto Tattico e Logistico del Comando di Corpo d’Armata NATO di Solbiate Olona, ha tutte le ragioni di essere soddisfatto dell’andamento della missione in Afghanistan. Uomo asciutto, brusco, aduso al comando, Restaino è di poche parole, ma si esprime con chiarezza. La sua esperienza è fuori discussione: è stato mesi in Afghanistan alla guida di Italfor 11, la componente italiana della missione ISAF VIII, rientrando alla fine di novembre.
"Non di una missione di peacekeeping si tratta, nel caso di ISAF VIII, ma di sostegno e assistenza alle autorità afghane" spiega. Un’attività molto più complessa, che coinvolge militari e civili in un impegno a trecentossessanta gradi – dalla ricostruzione delle infrastrutture danneggiate da trent’anni di guerra alla creazione ex novo di apparati amministrativi e giudiziari funzionali ad uno Stato moderno, all’aiuto – essenziale – ai settori sanitario e scolastico.
Positivo il rapporto che gli italiani hanno saputo creare con le popolazioni locali: "Italfor 11 si è spinta in numerose occasioni nei villaggi della regione di Kabul, ma mai di propria iniziativa. Abbiamo sempre chiesto alle autorità locale dove e come servisse aiuto, e per che motivo specifico. Non abbiamo mai imposto la nostra presenza: erano la polizia e il governatore afghano a dirci che nel tale villaggio serviva ripristinare il pozzo, oppure che bisognava riattare un ponte". L’accoglienza è sempre stata buona, anche per la diplomazia e il bon ton che i nostri militari hanno saputo mettere in campo, andando a conoscere in profondità usi e costumi della fierissima popolazione locale. "Quando arrivavamo in un villaggio, prima di tutto contattavamo l’imam o il mullah (autorità religiosa) e il malek (capotribù), e li coinvolgevamo nei progetti". Il risultato è stato la pressochè totale assenza di attacchi o di episodi di ostilità; ad altre forze NATO nelle stesse zone, o ad alcuni esponenti delle nuove autorità afghane, purtroppo non è andata così bene."Abbiamo coniugato efficienza, rispetto ed umanità" rimarca il colonnello Restaino, "incontrando gente che ha grande senso dell’onore e dell’ospitalità. Abbiamo saputo agire con tatto quando serviva, ad esempio nel fornire il servizio medico avevamo con noi crocerossine e aiutanti di sanità di sesso femminile; così anche le donne si sono fidate di noi".
Salendo di grado, sale ulteriormente il livello di soddisfazione per le cose fatte: lo conferma il generale di brigata Giovanni Fantasia (foto), che in assenza del generale Del Vecchio, ancora impegnato a Kabul, comanda la Caserma Mara e i suoi uomini. "‘Fai volare la speranza’ è stato un successoal di là di quanto speravamo" dichiara. Nata quasi per caso da un’idea del club delle mogli degli ufficiali, l’idea è presto diventata contagiosa, trovando ampia risposta in tutta la Valle Olona. "In capo ad un mese i primi aiuti erano già a Kabul" racconta il generale. Nello specifico il progetto è andato ad aiutare le scuole con la consegna di banchi e materiale di cancelleria, il carcere minorile di Kabul, dove sono arrivati materassi, coperte, cuscini (prima, i ragazzi vi dormivano sul pavimento come bestie), la Mezzaluna Rossa afghana con la distribuzione di legna da ardere, vestiti, mobilia, alimentari. Importante anche il contributo sanitario dato all’ospedale della cooperazione italiana e (grazie al Comune di Milano) alla clinica ortopedica di Alberto Cairo, che anche in pieno regime talebano fabbricava protesi per gli innumerevoli mutilati dalle mine. Queste da decenni infestano il territorio – e non poche, purtroppo, sono di fabbricazione italiana.
"È un popolo che ha voglia di vivere, quello afghano" racconta Fantasia; "un popolo con un futuro, se si pensa che di 26 milioni di persone ben il 42% ha meno di 15 anni – la generazione adulta è stata falciata da trent’anni di conflitto". E nel cielo di Kabul, a 1600 metri di quota, dove l’aria è gelida e limpida, oggi volano gli aquiloni regalati dai bambini della Valle Olona – quegli aquiloni che il regime talebano aveva proibito.
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