Quel muro che divide la Terra Santa

Al Sancho Panza è intervenuto Mazin Qumsiyeh docente di genetica all'università di Yale sul tema del conflitto israelo-palestinese

«In Israele oggi, c’è una situazione di apartheid» denuncia Mazin Qumsiyeh.  Palestinese, docente di Genetica  all’Università di Yale, Mazim è un attivista per i diritti del suo popolo. "Sharing the Land of Canaa: Human rights and the Israeli-Palestinian Struggle" è il titolo del suo ultimo libro. Il suo nome e il suo pensiero sono stati al centro di dibattiti, in America e nel mondo, in seguito alla pubblicazione, sul Global agenda Magazine (organo del World economic forum di Davos), del suo articolo dal titolo perentorio: "Boycott Israel".

Per la grande lucidità con cui Mazin ha espresso il suo pensiero e il fatto che il suo scritto sia comparso su una testata tanto autorevole, Alfredo Tradardi e Diana Carminati di ISM Italia (International Solidarity Movement – movimento non violento a sostegno della causa palestinese) hanno pensato di invitarlo a partecipare ad una serie di conferenze in tutta Italia. Incontri concepiti per fare chiarezza su una questione, quella mediorientale, che giudicano dimenticata e distorta da parte dei media di tutto il mondo.

La serata di Varese si è tenuta ieri al Sancho Panza di via De Cristoforis ed è stata organizzata da Filippo Bianchetti del Comitato Varesino per la Palestina. E’ l’ultima tappa di un vero e proprio tour che ha toccato Biella, Torino, Milano, Roma e Parma. Mazin Qumsiyeh è stato tradotto da Paolo Ruspini, ricercatore ed esperto di temi legati ai flussi migratori.

«Il muro che oggi divide la nostra terra concretizza la strategia di colonizzazione che Israele conduce da più di trent’anni» ha affermato Mazin Qumsiyeh. «Un’occupazione che ha fatto sì che i due terzi degli abitanti palestinesi fossero costretti a vivere in condizione da rifugiato e l’altro terzo totalmente accerchiato dal cemento del muro e dai proiettili ai check point. Proprio come in Sudafrica, con l’unica differenza: che lì la minoranza bianca viveva grazie al lavoro dei neri, mentre in Israele non è così. La costruzione del muro fa parte di una logica isolazionista che mira a confinare e controllare la maggioranza palestinese» sostiene Mazin. Poi spiega la scelta del boicottaggio.

«È un mezzo non violento attraverso cui l’opinione pubblica può dare un forte messaggio alle nazioni. "Boycott Israel", a differenza di quanto si possa pensare, è uno slogan coniato da un’organizzazione israeliana. È una campagna che sostengono apertamente molti artisti, giornalisti e accademici israeliani. Molta gente è restìa a prendere posizioni tanto nette, per la paura di essere giudicato antisemita – fa presente -. È necessario chiarire quanto adottare forme di boicottaggio significhi schierarsi per i diritti umani e per il rispetto del diritto internazionale. Questi sono infatti gli unici strumenti per realizzare quella Giustizia, senza cui la Pace è solo un lontano miraggio».

All’intervento di Mazin Qumsiyeh segue un’altra testimonianza, questa volta affidata alle sequenze rubate dalla videocamera di Diana Carminati. Le immagini sono sconvolgenti: donne, uomini e bambini, sotto lo sguardo attento di militari, costretti a passare per una porta a ruota, tipo autogrill, ma con sbarre d’acciaio che ingabbiano dalla testa ai piedi. «Un’operazione che diventerà routine con l’ultimazione del muro» fa sapere l’attivista di Ism Italia che con un’amica ha girato di nascosto il video. «Qualche volta la ruota si bloccava, e in quei momenti avevo la precisa sensazione di sentirmi in gabbia, come un animale, – commenta – in questa condizione una persona si sente defraudata della propria dignità. Tutto questo oggi sta succedendo ad un popolo, ma molti lo ignorano o se ne dimenticano…»

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Pubblicato il 26 Maggio 2006
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