Lilia e Laura, la speranza dei trapiantati a Varese è donna
Dallo scorso anno l'attività dei trapianti di rene è stata affidata a due chirurghe. Il primario Marconi: «È un'attività che richiede la precisione femminile»
Il reparto di urologia dell’ospedale di Circolo di Varese è fuori dal comune. Innanzitutto per la sua attività di trapianti, iniziata dieci anni fa dall’allora primario Aldo Bono, e proseguita con il successore Alberto Marconi ( nella foto) che lo scorso anno ha registrato un boom di interventi: 52 al posto dei quaranta di media degli anni passati.
E questa, seppur pregevole, è indubbiamente una piccola particolarità. Ciò che colpisce di più è il numero di donne medico che si muove, e che si è sempre mosso, in un reparto solitamente dominato dagli uomini: « Mi ricordo che al primo congresso nazionale di urologia a cui ho partecipato vent’anni fa – spiega la dottoressa Lilia Reali – la presenza maschile era preponderante. Invece nel nostro reparto di Varese eravamo otto donne. Credo che questa situazione la si deve al professor Bono che diede sempre a tutti, indiscriminatamente, la possibilità di avvicinarsi e di appassionarsi a questo ambito».
Ed arriviamo alla terza caratteristica particolare di questa unità operativa: dallo scorso anno, con l’arrivo del nuovo dirigente, ci sono stati alcuni cambiamenti nell’attività di reparto: « Io mi occupavo proprio di trapianti – ricorda il professor Alberto Marconi – quando sono diventato responsabile ho pensato di rivedere la mia posizione destinando ai colleghi le prestazioni operative. Quando si è trattato di individuare le figure di punta per i trapianti non ho avuto dubbi e ho scelto due donne. Lilia Reali e Laura Giussani sono le due “chirurghe reperibili”. La mia è stata una scelta dettata innanzitutto dalla capacità delle due professioniste ma anche dalla caratteristica dell’operazioni di trapianto, dove la precisione, la delicatezza e la minuzia propria del mondo femminile si addice benissimo in un trapianto. Vi assicuro che i risultati ottenuti mi hanno dato piena ragione».
Così, dopo una decennale esperienza in sala operatoria, le due chirurghe sono state “promosse”: «Io non ci trovo nulla di anomalo – si schernisce la dottoressa Reali ( nella foto) – È stata la naturale prosecuzione di un cammino in corso. Inoltre, io sono specializzata in urologia pediatrica e sono abituata a lavorare su campi molto piccoli».
Sposata e senza figli, Lilia Reali condivide questa responsabilità con la collega di sempre Laura Giussani: «Quando mi è stata data la notizia mi ha fatto piacere, anche se era una naturale conseguenza. Dare la reperibilità per un trapianto è sicuramente meno gravoso delle reperibilità di reparto, che ci capitano almeno per 15 giorni al mese e che non ti danno tempo per organizzarti. Invece, in caso di trapianto hai sempre fino a sei ore per prepararti al meglio. A casa, inoltre, ho una figlia di 17 anni che non ha più così bisogno della mamma sempre presente….».
Sicuramente la figlia è più indipendente, ma l’impegno chiesto alla madre chirurga non è di poco conto: « Il 31 dicembre scorso sono stata chiamata a mezzogiorno. Ne sono uscita alle 13 del primo dell’anno. Giusto in tempo per mangiare le lenticchie».
Oltre ad una vita sempre in tensione, quindi, per le due dottoresse è anche questione di “resistenza fisica”: « L’attività di trapianto – spiega il professor Marconi – si divide in tre fasi: l’espianto, che viene fatto dove si trova il donatore: se nell’ospedale c’è personale preparato lo esegue direttamente, altrimenti lo eseguiamo noi. Poi si trasporta l’organo donato nell’ospedale dove c’è il paziente in attesa e lo si “lava”. Quando è tutto pronto, lo si impianta. Le tre fasi possono durare anche più di ventiquattr’ore. Oggi, fortunatamente, c’è maggior possibilità di condividere l’attività. Anche nel nostro ospedale dallo scorso anno, l’attività di trapianto viene realizzata in collaborazione con la medicina I diretta dal professor Renzo Dionigi, così abbiamo una doppia equipe che collabora efficacemente».
Una carriera nata e sviluppata al Circolo di Varese tra gioie e qualche rimpianto: « Quando ho iniziato mi aspettavo qualcosa di più – commenta con un pizzico di nostalgia Laura Giussani – Come tutti i giovani speravo di conoscere di più, di imparare di più. Poi le cose sono andate diversamente e ciò mi ha dato la possibilità di crearmi una famiglia che altrimenti non avrei potuto permettermi. Oggi la sanità non è un campo di grandi soddisfazioni, sarà perché siamo sbattuti tutti i giorni in prima pagina come mostri. Ma qui si fanno i salti mortali, a volte con il sorriso sulle labbra, a volte no».
Più contenta della carriera ma non della piega che sta prendendo oggi la sanità è anche la dottoressa Reali: «Dal punto di vista del lavoro, si potrebbe avere di più».
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