Basso: «Quel sangue è mio ma non l’ho mai utilizzato»

Il ciclsta ha ammesso che le sacche di sangue trovate al dottor Fuentes gli appartengono ma rifiuta l'accusa di doping. "Tornerò dopo la pena, non ho coinvolto altre persone"

Un grande albergo in pieno centro a Milano, la presa d’assalto di fotografi e cameramen, una sala calda e troppo piccola per contenere tutta la curiosità e l’attesa costruita intorno a Ivan Basso e alla sua deposizione avvenuta a Roma che ha riguardato il suo coinvolgimento in Operacion Puerto.

E Ivan ha parlato, prima seguendo i propri appunti, poi rispondendo alle tante domande piovute da una platea assetata di parole, la stessa che sei mesi fa si spintonava per l’annuncio del suo passaggio alla Discovery Channel. Ha parlato, ma forse ha un po’ deluso le attese: davanti al microfono ha usato toni misurati e soprattutto non si è addentrato in accuse o confessioni shock, come magari ci si attendeva dopo la deflagrazione di ieri. Basso ha ribadito più volte un concetto: «Io mi sono tolto un peso, mi sono preso le responsabilità che riguardano il mio caso, ma non ho fatto nomi né coinvolto altre persone». Una necessità per non violare il segreto istruttorio? Oppure un modo per non essere preso di mira dai colleghi del gruppo, che non amano chi spiffera ai giudici i segreti legati alle pratiche illecite? Lo vedremo.

L’unica spiegazione chiara su come procede l’inchiesta arriva da Massimo Martelli, l’avvocato che segue Basso da tempo (nella foto sopra, a fianco del ciclista): «È chiaro che ogni ammissione di responsabilità davanti alla Procura non può essere “nuda”: nel corso della deposizione sono stati spiegati agli inquirenti quei meccanismi con i quali Ivan è venuto a contatto con Fuentes e le modalità usate. Un percorso seguito in via privata dai vari atleti coinvolti». Insomma: se quello di Basso è un pentimento “vero”, come si pensava, o se è una confessione volta a “vuotare il sacco” per patteggiare la pena, lo vedremo in futuro.

MAI DOPATO – Gli elementi che emergono dai sessanta minuti di conferenza stampa sono comunque molteplici.
Il primo: Basso sostiene di non aver mai fatto uso di doping, pur ammettendo i prelievi di sangue, finito poi nelle sacche conservate da Fuentes. «Quel sangue è mio: so bene che quanto ho fatto è punibile come se mi fossi dopato, e infatti sono pronto a scontare la pena che mi verrà inflitta e che mi auguro giusta. Detto questo però voglio sottolineare come io non ho mai fatto uso di doping né tanto meno di aver praticato l’autoemotrasfusione (la pratica proibita che consiste nel prelevare il proprio sangue dopo un allenamento in altura e nel rimetterlo in circolo prima di un grande sforzo ndr)». E a chi gli domanda, quindi, il perché di quei prelievi, l’ex maglia rosa risponde: «L’ho fatto per sentirmi più sicuro, per una mia debolezza: ho superato decine e decine di controlli visto che ero pulito, avere questa “riserva” mi faceva sentire tranquillo. Avevo pensato che ciò poteva procurarmi qualche guaio, ma ora è troppo tardi per tornare indietro».

IL RITORNO – «Certo che voglio tornare a correre, lo farò una volta esaurita la squalifica, perché è la cosa che più amo e che so fare meglio. Corro da ventitrè anni, ho avuto una crescita continua che spiega i miei risultati senza alcun bisogno di doping».
Il ciclista di Cassano Magnago (foto: al suo arrivo in sala) guarda in questo modo al futuro, senza fretta ma con un obiettivo preciso, quello di tornare in gruppo. Basso fuga la possibilità di un eventuale ammutinamento futuro contro il suo ritorno, come accadde ad esempio con l’accusatore di Armstrong, Simeoni: «In questo periodo ho ricevuto parecchie telefonate e attestati di stima da parte del mondo del ciclismo. So anche che altri non sono felici, ma saprò rifarmi voler bene».

LA DECISIONE – Sono due i momenti chiave in cui Basso ha deciso di collaborare con la Procura. «Il primo è stato quando ho deciso di sciogliere il contratto con la Discovery, poiché ho ritenuto che la mia posizione non fosse compatibile con quella della squadra. Il secondo nei giorni scorsi: dovevo assumere le mie responsabilità davanti alla mia famiglia, ai media e a tutto il mondo del ciclismo, dai tifosi agli atleti. Ho riflettuto molto durante questo anno, che per me è stato durissimo, con un travaglio ben superiore alla gloria o ai soldi delle vittorie. Potevo farlo prima? Forse, ma in questo caso, meglio tardi che mai».

La giornata finisce con qualche complimento per la decisione presa da Ivan, con un «giù la testa» inteso come un incitamento ad allenarsi e con nessuna scusa a Riis, come preteso da una giornalista danese. «Ripeto che quel che ho vinto con la Csc non è frutto di doping, e tra l’altro non mi è mai stato contestato dalle accuse, quindi non devo chiedere scusa a nessuno». Nemmeno a “mister 60%”, commenta in platea qualcuno che si riferisce al danese e al suo ematocrito nell’anno della vittoria al Tour. Quasi a ricordare che il problema doping non è di oggi, e che se il ciclismo non trae spunti per migliorare neppure in questa occasione, è destinato a morire.

Redazione VareseNews
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Pubblicato il 08 Maggio 2007
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