«La poesia dovrebbe servire a far agire la gente»
Umberto Fiori e Franco Loi ospiti al premio Chiara hanno duettato sulla funzione sociale della poesia
«La poesia dovrebbe servire a far agire la gente» parole di Anne Sexton (1928-1974) che riecheggiano durante l’incontro voluto dal Festival del Racconto Piero Chiara per decretare la rinascita dell’arte del fare.
La tragica scomparsa del genere epico-didascalico, soppiantato dalla "novel" ed essicato dalla filosofia e dalla politica viene ripercorsa come il refrain di una canzone da Umberto Fiori, ex chitarrista degli Stormy Six, silenzioso e fendente autore di testi poetici e critici e rivelazione della poesia contemporanea vicina alla cosiddetta “linea lombarda” di Raboni, Giudici, Erba. La sua veglia la canta Franco Loi, una delle personalità più vive della poesia dialettale che tra gerghi ed idioletti accende la sua poetica nell’ampio respiro narrativo di limpide impennate liriche dall’agire poetico.
I due testimoni oculari hanno duettato proprio sul "mandato sociale" della poesia, la cui crisi rimanda a quella della civiltà occidentale, svuotata di senso e consenso collettivo dai critici del ‘700, che ne impongono lettura estetica e razionale analisi, trasformandola in mera autobiografia di coloro che ci impongono la loro vita.
La prevalenza di tecnica e retorica allontana dai viaggi danteschi o dall’epica mitica di Omero portando i poeti nel secolo delle masse, dove la ricerca del prestigio ne impoverisce essenza e fruizione a vantaggio del manufatto e dell’autoespressione.
I vati moderni che ignorano figure retoriche e metrica decretano quel ribaltamento nella scala delle arti, previsto da Schopenhauer: la poesia viene soppiantata dalla musica, che dà un senso più puro alle parole della tribù, secondo idea e ritmi dei rapporti della società di massa.
Un esilio dal centro della civiltà che cancella il ruolo fondamentale della cultura orale, quando la poesia era tutto il sapere, decretando la morte della memoria.
Le parole di Loi e Fiori affondano nel rapporto concorrenziale tra filosofia e poesia, dove la prima primeggia sull’essenza emozionale e poco razionale della seconda. Dove la filosofia chiude e la poesia apre.
Ma ciò che resta lo donano ancora i poeti, perché la memoria è la madre della poesia, il cantore in versi non si impone, ma si consegna, non rivendica il mio ed il tuo, ma amplifica ciò che ha in comune con gli altri.
Una finzione dell’io che immagino da contrastare semplicemente ponendosi come oggetto delle emozioni, del movimento, e ascoltando la memoria inconscia, proprio come faceva Dante.
La poesia è dentro ogni uomo, attento al proprio essere nel mondo, distante dal rapporto convenzionale con la vita, che entra nell’essere del sé.
Ed ecco che riassurge alla sua condizione di massima arte, grazie a Loi e Fiori che al cospetto di decine di aspiranti uomini, sanciscono la rinascita del verso che agisce, bandendo chi costruisce manufatti estetici.
La poesia è importante anche per il poeta, che non ha davanti sé o gli altri quando scrive: si lascia dire, scrive ciò che ascolta e scopre. Ed infine riscrive per far suonare meglio la parola, per portarla alla collettività, commuovendola (cioè muovendola con).
Dentro la parola aperta io mi perdo: il silenzio è l’unica espressione della vita e la poesia si avvicina al silenzio.
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