“La strada possibile”: quella per uscire dalla ‘ndrangheta
Una serata-incontro al Fratello Sole con i giovani giocolieri locresi della Gurfata, i loro educatori e una madre-coraggio per indicare la via dell'uscita dal regno della malavita
"La strada possibile": questo il titolo scelto per un incontro in cui lunedì sera al Teatro Fratello Sole si è salutata la compagnia di giocolieri-teatranti di Locri "La Gurfata", che domenica si è esibita per le scuole. Un’occasione di discussione, nell’intenzione degli organizzatori, un gruppo di persone e associazioni laiche e religiose che si sono spese per portare a Busto Arsizio questa testimonianza vivente di un’antimafia «di fatti e non di sole parole». Si va da don Alberto Lolli che ha introdotto la serata alla Cooperativa Sociale il Villaggio in Città, alla Parrocchia Sacro Cuore dei Frati Minori di Busto, alla Parrocchia di Sacconago, all’oratorio San Luigi (le realtà che hanno ospitato i ragazzi e sostenuto l’iniziativa), al Comune di Mesero (che ha ospitato la Compagnia lunedì mattina), e altri ancora che hanno accolto l’idea.
Importanti le testimonianze "dalla linea del fronte" di tre donne, calabresi doc e da anni impegnate a contrastare lo scivolamento dei giovani nel mondo della malavita organizzata, delle ‘ndrine (clan) e delle faide di sangue. Patrizia Prestia, educatrice de "La Gurfata", Pina Garreffa, direttrice dei Servizi Sociali del Tribunale Minorile di Reggio Calabria, e Liliana Esposito, madre di Massimiliano Carbone, giovane imprenditore assassinato nel settembre del 2004 dai mafiosi, hanno portato il loro contributo, con un commento di Gianluigi Gherzi, regista e attore, sul valore dell’espressione teatrale del disagio sociale. Parole da una terra lontana solo sull’atlante stradale: la ‘ndrangheta c’è e ha ucciso anche da queste parti, in tempi recentissimi.
Un’esperienza costantemente a rischio quella della Gurfata (in dialetto locale "la raffica di urfo, il libeccio") che Patrizia racconta con toni a volte comici, ma che vive nel segno dell’incertezza. Nessuna collaborazione dagli enti locali per questa realtà fatta di ragazzi che a volte mantengono le famiglie, in una realtà ad altissima disoccupazione dove si fatica a volte a trovare i soldi anche per le cose minime del vivere, e combattono la loro guerra al malaffare a suon di musica, danza, clavette e palle colorate. Nata dai finanziamenti della legge 285, la Gurfata cerca di proseguire sulle sue gambe – pardon, sui suoi trampoli – girando l’Italia per spettacoli. «Diamo fastidio, siamo una testimonianza di cambiamento» dice Patrizia, rifenrendo di come nella Locride si chiami gente anche da molto lontano a tenere spettacoli pur di non dare lavoro al suo gruppo. Il quale peraltro è già finito in polemica con l’antimafia "ufficiale", non partecipando ad una recente manifestazione a Locri per protesta contro l’effettiva pochezza della partecipazione locale («2700 firme, 600 associazioni aderenti, 50 persone di Locri a dire tanto»). Il resto sono minacce e solitudine per un gruppo di 25 autoproclamati "pazzi", di cui 22 giovanissimi. «Nessuno deve essere lasciato solo» dice Patrizia, «chi è solo è un bersaglio. Non cambieremo niente? Pazienza, almeno non saremo stati complici».
Interessante anche l’intervento di Pina Garreffa, da 25 anni in pima linea con i minori che delinquono e che si cerca di recuperare a un’esistenza civile, dando una valenza sociale alla detenzione e alle misure alternative come la messa in prova, anche grazie al rapporto con le associazioni. Una Calabria, insomma, che non subisce passiva l’offesa secolare della ‘ndrangheta. «Delinquenti non si nasce, la mafia si sconfigge solo con le nuove generazioni» dice Garreffa. A chiudere, la testimonianza forte di Liliana Esposito, che da tre anni chiede giustizia per il figlio uccisogli dai delinquenti, ma anche per le altre ventidue vittime uccise nell’anno dopo la morte di Massimiliano, come l’appena tredicenne Paolino Rodà, ucciso non a caso il 2 novembre 2004. «I riflettori si sono accesi solo dopo il delitto Fortugno» sospira Liliana, «ma la mia continua ad essere una terra dove devi avere padrini, siano essi politici, mafiosi, massonici, o ben che vada ecclesiastici. Mio figlio fu ucciso perchè rimase a lavorare, con progetti semplici e onesti, nella sua terra, per suo figlio». Che non lo conoscerà, se non attraverso il ricordo.
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