Ricominciamo a costruire
“Se lo è cercato”. “In mezzo a tutti quei drogati non poteva succedere altrimenti. C’è da sorprendersi che non sia successo l’altra volta”.
Commenti usuali, forse veri, probabilmente i più facili per darsi una spiegazione, sicuramente quelli più sbagliati per risolvere il problema.
Viene naturale criticare, accusare e giudicare fenomeni di questo genere, ma adesso non si può, adesso è tutto diverso. Un ragazzo è morto, una vita vissuta fino all’età di 19 anni si è spenta e questo implica e obbliga a una maggiore serietà nel trattare il fenomeno.
Varesenews aveva provato a raccontarci un rave cercando anche di prendere le difese di questi eventi che troppo spesso e troppo facilmente vengono messi sotto accusa. Ci aveva raccontato che non è un fenomeno banale, che nasconde una vera e propria subcultura. Come il rave di Castellanza siamo sicuri anche quello di Segrate si sarà presentato con le medesime caratteristiche: luoghi fatiscenti e nello stesso momento affascinanti, musica molto alta, gente che balla, ride, scherza e gente che si droga. Come l’altro siamo sicuri che anche in questo ci saranno stati momenti di condivisione, di fatica e di divertimento. Come Castellanza anche Segrate per una sera sarà stata meta per tanti ragazzi di ogni nazionalità. Entrambi i rave sono stati comunque la si pensi occasione di aggregazione. Ma questo non basta.
Sono poche le cose che riescono a giustificare la fine della vita di una persona, probabilmente non ce ne sono neanche. Qualsiasi cosa si faccia, qualunque cosa si organizzi se sul piatto della bilancia finisce la morte di un diciannovenne nessuno può contraddire che essa rimarrà sempre sbilanciata da quella parte.
I ravers non sono pericolosi, non sono cattivi, tutt’altro, sono disponibili e socievoli, ma questo basta fino a quando non succede niente. Con un morto deve arrivare il momento di interrogarsi, forse non è abbastanza comportarsi “bene”, è necessario pensare che qualcuno potrebbe arrivare a fare male a se stesso più di quanto consideri “tollerabile”.
Immaginiamo non sia facile darsi un limite quando si assumono droghe così forti, ma chi partecipa a un rave dovrebbe quantomeno evitare di creare le condizioni perché questo comportamento si autoalimenti: se la droga non è più un aiuto a divertirsi ma diventa il divertimento è il segno che qualcosa non va e soprattutto che qualcosa va cambiato.
Non è solo un appello a chi decide di andare a un rave, nemmeno alla polizia perché eviti con la repressione questi fenomeni, è un appello alla società tutta. Guarda caso queste feste vengono quasi sempre organizzate in fabbriche abbandonate. Vuoti urbani potenzialmente in grado di porre le condizioni per un ripensamento della città e che invece vengono dimenticati. Naturale che queste si concilino con un rave, espressione per molti di un disagio troppo a lungo dimenticato, di una società che troppo spesso delega agli strumenti sbagliati l’educazione di se stessa, che dimentica di “costruire” e quando è troppo tardi si chiede come “reprimere”. La televisione, non in quanto tale ma in quanto simbolo di una carenza pedagogica, non può educare, la famiglia da sola tantomeno, è solo una collettività di persone che lo può fare. L’ansia di “crescere”, di diventare sempre più ricchi ci ha fatto un po’ dimenticare gli squilibri sociali che questo arricchimento provoca. È necessario che la collettività ricominci a “costruire”. Ricominciare a “costruire” non toglierà i rave dalle città, né adesso né nei prossimi anni, per quello bisogna pensare ad altri tipi di interventi, ma quanto meno potrebbe in futuro salvare la vita di tanti Mattia, che non penseranno più “massì cosa vuoi che sia, io mi so controllare”.
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