Quale sviluppo per le nostre montagne?
In un convegno in Val Grande il punto della situazione su una risorsa fondamentale: ricerca e collaborazione trasfrontaliera sulla montagna
Qualche giorno fa il piccolo borgo di Malesco ha ospitato un interessante convegno nel quale Parco Nazionale della Val Grande, Provincia del VCO e comune di Malesco hanno voluto fare il punto sull’attuale situazione ambientale e antropica delle montagne dell’ Ossola e del vicino Ticino.
Si è parlato di montagna superando i confini nazionali, la natura infatti non conosce confini e il futuro Parco Nazionale del Locarnse sarà di fatto un tuttuno con quello della Val Grande, la più grande area Wilderness delle alpi.
Si è discusso sul valore di un parco in merito al paesaggio naturale, direbbero gli esperti. Ma in realtà si è parlato di come un Parco Nazionale può e debba essere vissuto dagli abitanti del posto. Ferma restando l’importanza di un’area Wilderness, cioè intatta e in cui l’uomo si pone come spettatore attento, resta da valutare come mettere in relazione la struttura del Parco con gli abitanti della montagna, perchè deve essere ben chiaro un concetto: la montagna deve essere vissuta, altrimenti si perdono troppi e importanti aspetti culturali di cui un po’ tutti noi siamo figli.
Il convegno, finanziato dalla Fondazione Bristol, intendeva presentare un interessante lavoro di ricerca che ha portato alla stesura del libro "paesaggio culturale o Wilderness" edito dalla Provincia del VCO. In questo voluminoso testo gli autori Susanne Lehringer, Franz Höchtl e Werner Konold hanno esposto i risultati di approfondite indagini condotte in due aree di ricerca: Premosello – Val Grande e alta Val Strona.
Gli studiosi dell’Università di Friburgo, da un lato hanno svolto un’analisi storica ed ecologica del paesaggio, dall’altro hanno condotto un’analisi delle caratteristiche sociali degli ambienti montani studiati. Lo studio ha avuto quindi un duplice obiettivo: delinare i mutamenti del paesaggio, a seguito dell’abbandono di queste aree, analizzandone gli effetti sugli equilibri ecologici e sulla diversità biologica; inltre, rilevare le opinioni delle popolazioni locali e dei turisti relativamente ai temi dello spopolamento, dell’abbandono e della "wilderness".
Il Parco della Val Grande e`conosciuto come l’area "wilderness" più vasta delle Alpi, ma per riflettere sulle prospettive di quest’area protetta in relazione alla componente antropica occorre fare chiarezza sul termine inglese "wilderness". Questo indica le aree naturali terrestri sufficientemente estese che si sono evolute in assenza dell’influsso umano. Appare quindi evidente come l’attuale parco ossolano non sia un’ area Wilderness nel vero senso della parola in quanto la presenza dell’uomo in Val Grande è stata molto forte fino a pochi decenni fa.
Non è certo una novità che nei decenni scorsi le montagne si siano spopolate, infatti, gli abitanti delle valli più remote hanno preferito trasferirsi in aree più agevoli, comode e servite. Il paesaggio è così profondamente mutato: il bosco ha ripreso i propri spazi, le aree a pascolo sono sempre minori, ma anche i pochi abitanti che restano in montagna risentono di questo spopolamento. Infatti, gli studiosi di Friburgo hanno rilevato una vera e propria perdita di identità che procede parallelamente ai mutamenti del paesaggio. Inoltre essi riportano un senso di oppressione e paura delle catastofi da parte degli abitanti di fronte a boschi che tendono sempre più ad inglobare i paesi. Questi sentimenti sono anche alimentati da problemi veri e tangibili come ad esempio gli incendi boschivi che in alcune aree hanno messo in pericolo le abitazioni.
Da sondaggi condotti su parecchi turisti frequentatori delle aree oggetto di studio sono emersi punti di vista e giudizi contrastanti. Per alcuni la Wilderness è affascinante e costituisce una grande attrattiva, ma per altri la perdita del paesaggio culturale è un grave danno. Tullio Bagnati – direttore del Parco nazionale della Valgrande – ha riproposto un tema caro a chi si occupa di protezione dell’ambiente: agire o non agire nei confronti della natura? Questo delicato tema può avere conseguenze e punti di arrivo diametralmente opposti in funzione del proprio punto di vista, infatti mettendo al centro la natura si corre il rischio di creare parchi "vuoti", palcoscenici stupendi per flora e fauna. Questo può essere valido per aree veramente incontaminate ma la Valgrande fino a alcuni decenni fa era abitata e sfruttata dall’uomo. I resti di tale presenza ancor oggi ben visibili sono lì a testimoniare che l’incontaminato palcoscenico naturale di oggi, un tempo, era vivo e l’uomo faceva parte di tale paesaggio.
Federico Cavalli – sindaco di Malesco – ha portato la propria interessante esperienza maturata in ben due mandati di governo e le sue osservazioni sono state dirette, puntuali e forse in parte scomode. Cavalli ha esordito dicendo che nel 1800 circa vi era una condizione di equilibrio nel territorio:la montagna era abitata e procurava il necessario a chi ci viveva. Poi nel momento in cui si è avuto lo spopolamento e l’emigrazione verso la pianura e le fabbriche questo equilibrio si è rotto, fino ai giorni nostri.
La sfida futura per chi governa la montagna e le importanti aree protette deve nascere da queste considerazioni: ricreare in montagna delle condizioni di vita tali da rendere appetibile un possibile flusso migratorio dal fondovalle verso le zone più remote. Ciò vuol dire cercare di offrire condizioni di vita e servizi superiori rispetto a quelli attuali. Solo così, e praticamente tutti i relatori del convegno hanno condiviso questa conclusione, si potrà ricreare il "paesaggio culturale".
In questo scenario l’uomo è chiamato a ritornare in montagna perchè in tale ambiente ritrova possibilità imprenditoriali interessanti, e il pensiero corre a progetti di turismo sostenibile, o alle possibilità economiche offerte dalla biomassa come fonte energetica. Tutto ciò concorrerebbe a riempire il vuoto e la malinconia di certe località della Valgrande e non solo, dell’intera Val d’Ossola.
Già, perchè in conclusione i vari relatori, e in particolare Tullio Bagnati con alcuni esempi vissuti nella sua attività quotidiana di gestione del Parco, hanno sollevato una problematica tutto sommato prevedibile: che senso può avere un’oculata gestione del territorio, se poi a distanza di pochi metri dai confini di un’area protetta vengono realizzate infrastrutture tali da vanificare sforzi e investimenti per la protezione? In conclusione, viene auspicata una gestione più organica del territorio, un’opera capace di salvaguardare le aree protette e quelle di confine, ma anche capace di attuare poliche sociali e azioni concrete utili a ripopolare il paesaggio.
Il lavoro da fare non è certo facile e in primo luogo va ricercato il contatto, il dialogo con le popolazioni di montagna per ascoltare i loro bisogni. Un dato significativo per comprendere la situazione lo ha evidenziato lo stesso Cavalli: nella sala del convegno erano presenti oltre cento persone, ma tra loro di abitanti del luogo erano veramente pochi. E, paradossalmente si discuteva di come gestire e amministrare il luogo in cui loro vivono.
Nel convegno di Malesco ha trovato anche ampio spazio la presentazione del futuro Parco Nazionale del Locarnese, un Parco con una natura ricca di contrasti – in 35 km si passa infatti dal lago ai ghiacciai – ben rappresentativa della Regione insubrica. In particolare i vicini Svizzeri hanno esposto i lunghi processi che sono necessari, nella Confederazione Elvetica, per la creazione di nuovi Parchi. Si tratta di processi basati sul dialogo e sul confrontro con le popolazioni locali finalizzati alla ricerca di un consenso e di strategie di sviluppo condivise. Il futuro Parco dovrebbe essere istituito entro il 2011 a seguito di un referendum popolare e, come previsto dall’Ordinanza del Consiglio Federale Svizzero, sarà dotato di marchio prodotto marchio parco intesi come strumenti economici d isviluppo per le attività economiche all’interno del Parco.
Ciò che è emerso dal convegno è la necessità di lavorare con la componente antropica del territorio montano affinchè gli interventi di legislazione, pianificazione e di progettazione in tali ambienti non restino dei contenitori vuoti, o peggio non siano vissuti come gabbie, ma al contrario siano vero inpulso ad uno sviluppo sostenibile trasfrontaliero della montagna.
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