I disabili fra pregiudizio e realtà

Ne ha parlato Matteo Schianchi in un’intervista a Radio Missione

Lo sentiamo spesso nei fatti di cronaca o in trasmissioni televisive dedicate al problema della disabilità “Chi si prenderà cura di mio figlio disabile dopo la mia morte?”. Un problema che coinvolge alcune famiglie con a carico un familiare con forma grave di disabilità e solo allora ci interroghiamo su quali difficoltà deve affrontare il disabile: difficoltà spesso non visibili e psicologiche. Ci interroghiamo non a sufficienza per capire, fino in fondo, la portata del problema della disabilità.
È di qualche mese fa la notizia di un padre anziano che ha tentato di uccidere il figlio con una grave forma di disabilità psichica, preoccupato dalla seguente domanda: chi si sarebbe preso cura di suo figlio quando lui non sarebbe stato più in grado di farlo o non ci sarebbe stato più.
Eppure, la disabilità riguarda tutti: basti pensare a quanti rischi siamo esposti quotidianamente. Dati alla mano, il numero di persone divenute disabili a causa di malattie invalidanti o degenerative; a causa di incidenti sul lavoro o come derivanti dal tipo di lavoro che si è svolto, incidenti stradali, perché si diventa anziani … è in vistoso aumento rispetto a quanti nascono disabili.
Qual è allora, la ragione di tanta indifferenza, da dove nasce il tabù nel parlarne, nel creare una cultura della disabilità? Matteo Schianchi cerca di darci una risposta in una recente intervista a Radio Missione Francescana (il cui file audio è scaricabile all’indirizzo www.rmf.it/programmi/psiche.htm), ricordandoci come la psicoanalisi ci dice che “membra staccate dal corpo, una testa mozzata, una mano senza un braccio … hanno in sé qualcosa di perturbante” in quanto ci ricordano la nostra fragilità, e che possiamo perdere la nostra integrità corporea a causa di ‘forze’ esterne a noi e incontrollabili.
Cosa ci si trova a vivere quando la disabilità interviene nel corso della vita cambiando radicalmente il rapporto con noi stessi? Qual è il trauma che ci si trova ad affrontare? Le risposte che la società offre non sono sufficienti. Il trauma per la nuova condizione e il lutto per l’integrità fisica perduta, o per un figlio nato disabile, non trovano adeguato sostegno nelle strutture preposte e nella mente si affaccia un malinconico pensiero: “quanto è stata crudele la vita nei miei confronti…”.
Le città e le case difficilmente sono a misura e anche quando è possibile supplire con protesi tecnologiche, il disabile si trova ad affrontare il rapporto con il dispositivo: una parte che è soggetta a guasti e malfunzionamenti che generano angoscia riattivando il timore di perdere la riconquistata autonomia.
Ecco perché, seguendo la convenzione dell’ONU, diventa importante costruire una cultura della disabilità, perché il disabile recuperi una dimensione umana in una società che lo accolga in quanto essere umano.

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Pubblicato il 15 Luglio 2009
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