“L’ideologia non conta nulla di fronte alla sofferenza umana”

Sabato a Busto Arsizio è stato presentato il volume "Giorgio Perlasca, un italiano scomodo", presenti gli autori Carlotta Zavattiero e Daniel Hallenstein. "Del suo operato per salvare gli ebrei dai nazisti si parlò poco a causa della Guerra Fredda"

Al Ridotto del Teatro Sociale di Busto Arsizio si è tenuta ieri, sabato 30 gennaio, la presentazione del libro “Giorgio Perlasca, un italiano scomodo” edito da Chiarelettere. L’incontro con i giornalisti Carlotta Zavattiero e Daniel Hallenstein, autori del libro, è stato moderato da Marisa Denna.
La storia di Perlasca emerse il 30 aprile del 1990 quando su Rai Due andò in onda una puntata di Mixer su di lui. Perlasca, può essere definito lo Schindler italiano. Trovandosi a Budapest per lavoro nel 1944 ma ricercato dai nazisti, Perlasca chiede ed ottiene un passaporto e la cittadinanza spagnola. Da quel giorno, fingendosi console di Spagna, si adopera per salvare la vita a migliaia di ebrei destinati ai campi di concentramento nazisti. Di seguito alcune domande rivolte agli autori per mettere in luce alcuni elementi chiave del "caso Perlasca" e del lunghissimo silenzio che per decenni "coprì" le sue azioni.

Come e quando è venuto a conoscenza di Perlasca?
(Hallenstein) «Nel ’91. Non sapevo nulla di Perlasca. Poi parlai con il capo del giornale per cui lavoravo (The European) che mi mandò da lui per fare un servizio. Ogni lunedì c’era una riunione per parlare dei possibili articoli. Al giornale pensavano fosse paradossale che un fascista avesse salvato migliaia di ebrei come console spagnolo».
Perché non scrisse subito un libro su di lui?
(Hallenstein) «In quel periodo stava uscendo il film di Spielberg “Schindler’s list”. Inoltre i miei editori inglesi non capivano come mai un uomo che aveva aderito al Partito Fascista avesse salvato tanti ebrei».
Per quali ragioni la sua storia è rimasta sconosciuta per così tanti anni?
(Zavattiero) «La stampa non ha omesso di parlarne. Il primo articolo su di lui è del 12 giugno 1961, una pagina intera scritta da Giuseppe Cerato su il Resto del Carlino. Furio Colombo, corrispondente de La Stampa, ne scrisse due pagine alla fine degli anni Sessanta. La responsabilità di questo silenzio è tutta politica a causa della guerra fredda. La contrapposizione ideologica fece sì che una figura come Perlasca (che non era un cattolico praticante) venisse inevitabilmente ridotta al silenzio».
Quando è iniziata l’opera di Perlasca?
(Zavattiero) «Il lavoro di salvataggio degli ebrei inizia per Giorgio Perlasca esattamente il giorno dopo che lui ottiene il passaporto spagnolo».
Perché di lui non ne ha parlato né la sinistra, né la destra?
(Zavattiero) «La sinistra è stata condizionata dal suo passato di ex fascista. La destra non poteva accettare di prendere come simbolo un uomo che aveva rifiutato la Repubblica di Salò e le leggi razziali del ’38 ed era rimasto con il Re».
Perché non ne ha parlato nemmeno il Vaticano?
(Hallenstein)«Come dice il figlio di Perlasca, Franco, perché nella Chiesa c’è sempre stato un elemento di antisemitismo. La Chiesa non voleva riconoscerlo perché essa stessa non ha fatto molto per salvare gli ebrei».
Cosa lo portò ad impegnarsi nell’impresa di salvare la vita a migliaia di ebrei?
(Hallenstein)«Nel ’38 rifiutò le leggi razziali. Non poteva capirle perché molti dei suoi amici d’infanzia erano ebrei, come lo erano molti militari al cui fianco aveva combattuto in guerra. Quando poi ha avuto l’opportunità di salvare delle persone lo ha fatto».
Qual è il messaggio di Perlasca oggi?
(Hallenstein)«Che l’ideologia non conta niente davanti alla sofferenza umana».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 31 gennaio 2010
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