“Cavour federalista? Nossignori”
Per i duecento anni dalla nascita del primo ministro sabaudo, motore politico dell'unità d'Italia, dibattito all'ex Rivoli con Mario Cervi, Giorgio Dell'Arti, Mauro della Porta Raffo. "Cavour e De Gasperi i nostri unici veri statisti"
Cavour federalista? Nossignori. È il verdetto dell’incontro-dibattito tenuto lunedì pomeriggio all’ex cinema Rivoli di Varese, presenti giornalisti e scrittori di fama come Mario Cervi e Giorgio Dell’Arti, e Vittorio Emanuel Parsi, docente di relazioni internazionali presso la Cattolica di Milano. Moderatore, il "Gran Pignolo": Mauro Della Porta Raffo.
Risorgimento e unificazione nazionale non godono di buona stampa: il revisionismo storico è ormai più cool della retorica patriottarda d’un tempo. Quest’anno ricorrono i duecento anni dalla nascita del Conte Camillo Benso di Cavour, primo ministro del Piemonte savoiardo e, per pochissimo, dell’Italia unita. Questo finissimo cervello della politica ottocentesca, partito con l’idea di rafforzare e consolidare il ruolo del regno di Sardegna (il titolo regio dei Savoia era legato non al Piemonte, ma all’isola ndr) finì, quasi suo malgrado, per unificare l’intera penisola.
– Il Cavour "tirato per la giacchetta" e quello vero
Dell’Arti su Cavour, cui ha dedicato in passato un volume biografico, sgombra il campo da un equivoco insorto da recenti dichiarazioni di Umberto Bossi. Il fondatore dell’Italia unita «non fu mai un federalista». Non poteva esserlo, per le condizioni del Paese che stava mettendo insieme («riflettiamo con la testa del 1860, non con quella del 2010…»), e in ogni caso si spense prematuramente appena tre mesi dopo la proclamazione dell’Italia unita. Una perdita irreparabile: di tutti i successori, il solo de Gasperi verrà citato dai convenuti come alla sua altezza. Cavour non fu federalista perchè pragmatico, argomenta Dell’Arti: non poteva seguire gli entusiasmi dei Garibaldi e dei Mazzini che puntavano all’unificazione tramite la guerra di popolo. D’altronde, anche l’assolutismo ripugnava profondamente al Cavour.
Molti i suoi meriti, aggiungerà Parsi: «In un paese di velleitari, Mussolini in testa, Cavour fece eccezione». Rese "globale" la questione italiana; colse lo spirito del suo tempo; seppe essere patriota essendo poco italiano e molto europeo. La sua azione, sostiene Parsi, ebbe effetti stabilizzanti nel quadro continentale, al contrario di quanto accadde con l’unificazione tedesca, "mascherata" per vent’anni dal genio politico di Bismarck.
– Cavour e De Gasperi, unici veri statisti di un Paese incompiuto
È Mario Cervi a paragonare Cavour e De Gasperi: non a caso entrambi vengono descritti come "poco italiani" perchè provenienti da zone di confine e cresciuti alla politica parlando lingue differenti: per Cavour il francese dei piemontesi colti, per De Gasperi il tedesco del Parlamento austriaco. Ed è sempre Cervi a distinguere lo statista dal politico: «il primo in momenti supremi sa anteporre l’interesse del paese a quello di fazione».
L’ex compagno d’avventura di Montanelli a "Il Giornale" si lancia in ipotesi da storia alternativa: cosa mai avrebbero potuto fare i Cavour e i De Gasperi nell’epoca della politica televisiva? Nulla: non erano grandi oratori, nè trascinatori di folle. «Mussolini al contrario avrebbe spopolato». Oggi, sostiene, c’è una sorta di nuovo "analfabetismo", quello di chi si informa solo attraverso la tv: «Gli altri, che leggono i giornali e dibattono, sono più minoranza di quanto lo fossero nell’Ottocento». L’ammirazione di Cervi per Cavour è dichiarata: «Lui camminava nel solco della storia, il regno borbonico del Sud e lo Stato della Chiesa contro». Per Cervi, l’unità d’Italia «è stata un processo fatale (nel senso di segnato dal destino ndr) e utile». Senza il quale, parentesi, lui e Montanelli non ci avrebbero mai potuto dare la loro "Storia d’Italia".
Poi, l’Italia odierna è tutta una contraddizione: «Il paese della grande emigrazione e delle famiglie numerose è diventato paese d’immigrazione e di denatalità. Oggi poi sono i vescovi a tifare per l’unità, quando questa si fece contro e nonostante la Chiesa…»
Lo ribadirà anche il professor Parsi: «In Italia il successo è stato la costruzione di uno Stato nazionale condiviso, ma non si è mai creata una vera società italiana. Questo è un Paese che vive solo nel presente, non ha una prospettiva del futuro, non vive le istituzioni come un caveau di valori di riferimento. Il passato è solo un magazzino di argomenti polemici».
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