Barbara ha il nome della Santa protettrice dei minatori, ma è anche il nome dell’unica cavalla "sopravvissuta" ai dodici anni di cantiere della galleria del Gottardo, quella storica aperta al traffico nel 1882. Oggi di cavalli non ce ne sono più, il lavoro è affidato alle "talpe", le frese meccaniche dal diametro variabile dai 10 centimetri ai 16 metri.
I minatori tecnologici di oggi sono quasi dei camici bianchi rispetto a quelli di allora, per quanto il sottosuolo rimanga un ambiente di lavoro comunque ostile. Eppure molti dei progressi di oggi nello scavare la montagna si devono all’esperienza maturata in quell’antico ma rivoluzionario cantiere ottocentesco: per la prim volta allora di sperimentarono le perforatrici meccaniche, mentre la dinamite diminuiva i rischi di esplosione accidentale tipici della nitroglicerina, usata in precedenza.
Oggi i minatori parlano tutte le lingue d’Europa. Allora invece erano in prevalenza italiani, piemontesi e lombardi in particolare. Anche la gestione della sicurezza di oggi deve molto a quanto appreso nel primo tunnel del Gottardo: allora l’interno della galleria le vittime furono 177, oltre trecento se si considerano quelle negli scavi accessori, senza contare le malattie professionali. Moltissimo è stato fatto in oltre un secolo anche su questo fronte, ma
il rischio non è comunque azzerabile: in otto anni di cantiere l’Alptransit Gottardo è stato testimone di otto infortuni mortali.
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