I vigili spiavano il comandante per “indagare” su un appalto

Cimici illegali nell'ufficio del dirigente Antonio Lotito al comando della polizia locale. Uno degli imputati si difende tirando in ballo i soldi spesi per comprare il sistema di videosorveglianza

Avevano deciso di spiare il comandante dei vigili, loro superiore, perché volevano vederci chiaro su un appalto per la videosorveglianza. E’ questa la spiegazione data in aula dal commissario Fabrizio Mondo del comando polizia locale di Varese, accusato insieme a una collega e a un elettricista del comune di Varese (Marinella Cassia e Gianni Giacomini) di aver installato delle cimici, nel 2008, nell’ufficio del dirigente Antonio Lotito incorrendo nell’accusa di aver dato vita a intercettazioni illegali. «Fu una decisone sciagurata» ha ammesso il vigile rispondendo alle domande del giudice Rossella Ferrazzi, ma che, secondo la tesi difensiva, partì dalla volontà di tutelare l’amministrazione comunale. Perché? I due vigili sotto inchiesta avevano avuto un ruolo nella gestione del vecchio sistema di videosorveglianza del comune, ma erano stati poi cambiati di mansione.
Il vecchio sistema di videosorveglianza, che a loro parere andava bene così com’era, era stato sostituito con un altro sistema installato da una società esterna, pagato diverse decine di migliaia di euro. Mondo ha affermato che decise di intervenire quando anche il nuovo sistema rivelò delle pecche, tanto che volle andare fino in fondo per capire se il consulente esterno che aiutava il comune e il proprietario della ditta del nuovo sistema, che a Varese avevano ruoli separati, fossero in grado di influenzare il dirigente (fatta salva la buonafede di Lotito); un sospetto che nacque quando i vigili scoprirono che i due professionisti avevano invece gestito insieme un appalto in un comune del lecchese. (nella foto, il comandante spiato, Antonio Lotito).
La storia ha anche un risvolto politico, poiché l’ossessione della sicurezza e le risorse economiche stanziate per gestire queste politiche crearono in tutti i comuni nel nord Italia molta attenzione intorno agli appalti per le telecamere. 
Secondo il racconto fatto in aula, gli indagati inviarono una segnalazione alla procura della repubblica che però non ebbe seguito; fu a quel punto che decisero di muoversi incautamente di propria iniziativa. Una difesa che regge? Di certo va detto che la società che installò la videosorveglianza non risulta sia stata mai toccata da alcuna inchiesta dunque questa ricostruzione potrebbe essere vista come un modo per scaricare su altri le proprie colpe, ma è detto che non abbia un fondamento. Lo deciderà il giudice. Il commissario della polizia locale interrogato oggi (difeso dall’avvocato Renato Prestinoni. mentre il collega è difeso da Paolo Bossi) non nega di aver maneggiato le cimici, ma forse apre scenari nuovi sulla vicenda.

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Pubblicato il 24 Settembre 2012
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