A Busto Arsizio le nuove parole nascono in “trincea”

In "Na nga def" (Nomos Edizioni) Luigi Giavini riflette su un nuovo dialetto europeo. In quello bustocco debuttano vocaboli ispirati alle nuove tecnologie, come tuìt (tweet), fésbu (Facebook), esmessu (inviare sms), ciatà (perdere il senso della realtà a causa della chat), e alle varie lingue degli extracomunitari

Anche se la chiamano «trincea bustocca», non bisogna farsi ingannare dal riferimento bellico, perché per Luigi Giavini (a destra nella foto), poeta e storico di Busto Arsizio, stare in trincea significa accogliere nuove parole nei stretti incunaboli del dialetto. In questa accademia della lingua bustocca non si difende l’ortodossia lessicale, bensì si osservano e si valutano i cambiamenti che il linguaggio subisce giorno dopo giorno sotto i colpi frenetici della tecnologia e delle ibridazioni culturali portate dai nuovi cittadini extracomunitari.
«Abbiamo qualche anno sulle spalle – dice Giavini – ma siamo attenti al moderno che avanza, lo valutiamo senza farci stravolgere e a volte ne scopriamo il lato debole con battute micidiali».
Il nuovo vocabolo più famigliare è diventato «tuìt» forse per l’assonanza con l’espressione «ti uì!» che in piazza San Giovanni si usa per richiamare l’attenzione di qualcuno. «C’è anche “esmessu” e “fésbu”, rispettivamente l’invio di un sms e chi scrive su Facebook» continua divertito lo storico. Ma il neologismo che ha fatto il giro della trincea con una velocità incredibile è stato “a l’è ciatà", che indica la perdita del senso di realtà tipica di chi è totalmente assorbito dalla chat.
Anche le nuove parole portate dagli extracomunitari hanno fatto il loro ingresso ufficiale nella trincea bustocca, tanto che Giavini ha appena pubblicato per Nomos Edizioni un libro dal  titolo “Na nga def?”, espressione che nella lingua Wolof, parlata dai senegalesi, significa «Come stai|?».
«Una scelta coraggiosa di questi tempi – sottolinea Moudu Fall (a sinistra nella foto) rappresentante della comunità senegalese della provincia di Varese – perché nella nostra lingua quella domanda indica un interessamento profondo per l’altro, mentre oggi prevale il rifiuto generato dalla paura. E se tu hai paura di me, non ti interesserai mai della mia persona perché mi vivi come una minaccia».
L’operazione editoriale di Giavini guarda al melting pot europeo per troppo tempo negato dalla miopia politica, soprattutto italiana. “Na nga def” recupera storie di emigrazioni passate, non meno dolorose di quelle presenti, e le intreccia con quelle dei nuovi arrivati, altrettanto desiderosi di essere accolti e di contribuire alla costruzione di una nuova convivenza a partire, appunto, dalla lingua. «Il Vecchio Continente non è finito – conclude Giavini -. Basta ritrovare il coraggio di riscoprire le nostre radici e riflettere su un nuovo concetto di Europa, confrontandolo con il continuo migrare di genti lungo le strade dei pellegrinaggi secolari, dove senso della trascendenza, orgoglio, passione del fare e solidarietà armonizzavano e legavano culture diverse creando un’identità feconda».

Redazione VareseNews
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Pubblicato il 01 Settembre 2014
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