I ricami da “red carpet” che nascono ad Arsago

Compie trent'anni l'industria guidata da Paolo Casolo Ginelli specializzata in lavorazioni di alta qualità. Come quelle che decorano gli abiti delle star

paolo casolo ginelli

Quando Gisele Bündchen entrò al Maracanà, accompagnando la coppa dei mondiali di calcio del 2014 sotto gli occhi delle televisioni di tutto il mondo, ad Arsago Seprio l’emozione fece battere forte i cuori. Ma non furono né il calcio né il fascino della bella modella brasiliana, la causa di quella gioia: «Eravamo orgogliosi, ci siamo sentiti un po’ mondiali anche noi» racconta Paolo Casolo Ginelli, amministratore delegato del Ricamificio Paolo Italy Spa. «Insieme a Gisele Bündchen stava sfilando anche il risultato del nostro lavoro, una grande soddisfazione per tutti».

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I ricami della Paolo Italy vestono le star 4 di 8

L’abito indossato dalla modella, firmato da un celebre stilista, era stato ricamato con la tecnica laser proprio nell’azienda di Arsago, specializzata in lavorazioni di alta qualità. E non è la prima volta che le lavorazioni di questa impresa sfilano in passerella o sui tappeti rossi. È stato realizzato dal Ricamificio Paolo Italy, anche il leggero effetto pizzo sul vestito della cantante Adele alla cerimonia della notte degli Oscar 2013 o la decorazione in filato di seta dell’abito della regina Silvia di Svezia per il matrimonio della figlia. «L’attenzione al prodotto in tutte le fasi di lavorazione è il nostro punto forte, insieme alla velocità di realizzazione, al servizio e alla tecnologia – racconta l’imprenditore -. Personalmente seguo con grande attenzione i progressi in campo tecnologico e cerco appena è possibile di investire per innovare per riuscire ad essere sempre competitivi, ma allo stesso tempo sono convinto che le macchine, senza le persone valgano ben poco. Per questo ritengo che la grande forza di questa azienda sia data proprio dalle persone che ci lavorano con passione ed entusiasmo».

La stessa passione ed entusiasmo che l’imprenditore di Arsago lascia trasparire raccontando quello che viene realizzato all’interno dei capannoni, in costante trasformazione, di via Carducci. «Qui è un po’ un labirinto – confessa, facendoci strada dalla show-room alla sala con i tavoli dei disegnatori fino al reparto produzione – è il risultato della crescita progressiva che abbiamo avuto nel tempo. E penso che ci espanderemo ancora. Quando ho iniziato ero da solo e con una sola macchina ora le cose sono cambiate».

A colpire, una volta entrati nell’edificio che ospita i macchinari sono la pulizia e un ronzio, più che un vero e proprio rumore, insolito per essere il sottofondo di una fabbrica. Un ambiente “svizzero” verrebbe da dire che di svizzero ha davvero qualcosa, forse l’ispirazione: «Ricordo il parquet in legno e il rumore delle macchine delle aziende oltre confine che mi è capitato di visitare in passato – rivela Casolo Ginelli -. Fino a qualche anno fa l’industria elvetica era molto forte in alcuni rami di questo settore. Pensiamo alla moda dei corredi, oggi diventati una nicchia poiché la domanda è calata molto, le aziende leader nella produzione erano svizzere e austriache. Oggi invece si sono convertite verso altri mercati».

L’azienda ha da poco tagliato un traguardo importante, quello dei trent’anni di attività. Un periodo abbastanza lungo per aver visto il settore in cui opera rivoluzionarsi ed essere messo alla prova: «Mi piace definirci dei camaleonti. Sempre pronti al cambiamento, pronti ad adattarci. La crisi ci ha cambiato e ci ha costretti a cambiare e non è finita, ma forse la viviamo meglio perché ci stiamo abituando a lavorare in condizioni nuove. Ci sono stati in passato dei momenti difficili e dolorosi, ora siamo in un periodo migliore. Nel nostro caso abbiamo cercato di ridurre tutte le inefficienze per essere competitivi ma allo stesso tempo un punto di riferimento per chi cerca un prodotto di grande qualità. Credo di aver trasmesso ai miei collaboratori la voglia di dare sempre il massimo. La mia fortuna – sorride – è stata quella di non essere ricco e nemmeno di nascere imprenditore. Lo sono diventato da ragazzo dopo aver lavorato per un po’ di tempo in un ricamificio della zona. E pensate che avevo iniziato quel lavoro perché volevo prendere una strada diversa da quella dei miei genitori. Loro avevano un negozio di alimentari e lavoravano sempre, anche durante le feste. E io, che allora ero un giovanevolevo avere il tempo di andare in vacanza e di divertirmi. Alla fine mi sono imbarcato in un’avventura che mi ha impegnato in ogni momento della giornata. Ma sono contento così. La soddisfazione più grande è stata quella di accompagnare alla pensione la prima signora che venne a lavorare qui. Mi ricordo ancora quando andai a suonare il campanello di casa sua per chiederle di venire ad aiutarmi e lei accettò. Sono passati tanti anni ma ho ancora quella “fame”, quella voglia di sperimentare, di lavorare al meglio e di crescere».

«La formazione e la crescita del personale sono per noi degli aspetti strategici – aggiunge Stefania D’Altilia, direttore di stabilimento -. Per il ricamificio lavorano circa quaranta dipendenti con competenze diverse. Negli ultimi anni l’azienda è “ringiovanita” molto e sono convinta che la presenza dei giovani, sia come stagisti che come collaboratori assunti, abbia contribuito a portare in azienda freschezza e innovazione. Di recente, in collaborazione con l’Unione Industriali della provincia di Varese e la sua società di servizi Spi – Servizi e Promozioni industriali srl, abbiamo avviato dei percorsi di formazione su campi diversi che sono stati molto utili per la nostra attività».

«Proprio grazie il know how che abbiamo maturato possiamo eseguire anche le lavorazioni più complesse – conclude Casolo Ginelli – i nostri clienti sanno che possono rivolgersi a noi anche per le “richieste impossibili”. Credo che questa sia la sola strada percorribile per reggere la concorrenza globale, questo tipo di competenze le hanno solo le aziende italiane e non si possono trovare dove la manodopera costa meno».

Maria Carla Cebrelli
mariacarla.cebrelli@varesenews.it

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Pubblicato il 17 Marzo 2016
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