Sulle Prealpi è tornato il lupo e ha preso casa a Como

Una coppia è arrivata nel 2015, ora il branco è di cinque componenti. Un progetto europeo per difendere una specie che controlla l’aumento di cervi e cinghiali

Uno, due, tre, quattro…la videocamera inquadra il folto del bosco da cui sbucano per quattro volte occhi luminescenti, e code non troppo lunghe.
È una famigliola che si sposta nel buio fra Italia e Svizzera, perché quella è la sua casa: cinque lupi abitano qui, nelle Prealpi Lombarde in valle Albano, sopra Gravedona, nel Comasco.

Lupi scomparsi dalle Alpi un secolo fa, resistiti fino agli anni ’70 in pochi capi nell’Appennino centrale e oggi risaliti: prima hanno conquistato Liguria e Piemonte, poi il resto delle Alpi spostandosi sempre verso est e addirittura figliando con specie straniere, vedi il lupo balcanico, come avvenuto nei monti Lessini, sopra Verona.

MANGIARE COME LUPI – Tutti dati emersi da un seguitissimo seminario alla sede varesina dell’Università dell’Insubria al quale hanno partecipato in videoconferenza gli studenti di Como e dove erano presenti molti operatori del settore – come il nucleo faunistico della polizia Provinciale – e molte guardie ecologiche. Il perché di queste presenze “tecniche” è venuto fuori nella seconda parte dei lavori, dove sono state date indicazioni per riconoscere la presenza di questo formidabile predatore, capace di controllare territori vastissimi e coprire distanze impensabili: quindi non solo gli ululati, ma anche le analisi su feci e urine, o su quel che rimane delle prede rappresentano elementi decisivi per sapere con chi si ha a che fare.
Già, le prede: sul lupo ne sono state raccontate di tutti i colori, ma questo animale che si nutre per il 95% di carne e che deve consumarne fra i 3 e i 6 chili al giorno (tradotto: 20 cervi l’anno) uccide in maniera “pulita”; al lupo basta un morso profondo al collo – cento chili di forza per centimetro quadrato – per spezzare la trachea, squarciare la carotide e arrivare fino al nervo vago dell’animale, che regola il battito cardiaco. La preda cade e il banchetto comincia, e dura anche in più riprese riprese finché non viene consumato tutto quanto c’è di commestibile.
Lo ha spiegato in maniera molto efficace lo zoologo Eugenio Carlini, dell’Istituto Oikos che si sta occupando del progetto LifeWolfalps, voluto e finanziato dall’Unione europea per preservare questo magnifico animale.

IL BRANCO – Il branco di Como, quello del Veronese – giunto ad oltre 20 animali – non deve però falsare i luoghi comuni sull’animale che per primo, fra tutti, è passato dallo stato selvatico a quello domestico, trasformandosi in cane, e per questo rimasto nell’immaginario collettivo come belva per quegli esemplari che l’evoluzione ha lasciato lontani dall’uomo e padrone di boschi, steppe e montagne.
È un animale schivo, monogamo e che vive in un contesto sociale; il primo nucleo di branco è costituito da una coppia di “maschio e femmina alfa”, che colonizzano un’area, procreano e comandano. Proprio qui sta il punto: il branco non è sterminato, è composto dai fondatori e dai successori, ma quando il cibo scarseggia, molti soggetti giovani vengono allontanati e si muovono in “dispersione”.
Si mettono in viaggio e possono venir sbranati da altri branchi, morire investiti, come il maschio trovato carcassa nelle strade di Somma Lombardo nel 2012. Oppure incontrare una femmina, anch’essa in solitaria, e colonizzare una nuova area.

CAPPUCCETTO ROSSO – «Quale parola vi viene in mente se dico “lupo”?», chiede il professore «Paura». «Agnello», «Carnivoro», dicono gli studenti. “Cappuccetto rosso”, verrebbe da dire. Perché questo animale lascia il segno nei pensieri e nelle tradizioni popolari. Ma un fondo di verità esiste. Adriano Martinoli. Professore di zoologia e conservazione della fauna all’università dell’Insubria nella sede di Varese e Como è stato il primo ad aver raccolto in un libro di alcuni anni fa – e ora divenuto un testo sacro del tema – gli attacchi dei lupi in Italia nelle diverse epoche storiche. Episodi documentati nei registri parrocchiali prima, e nelle cronache di giornali e bollettini poi, ma spesso con bambini o fanciulli come vittime: perché? «Perché nei secoli scorsi non era infrequente che i bambini, anche giovani, venissero impiegati nei lavori in montagna, nel pascolo delle pecore. E se un lupo deve decidere in alcune condizioni se attaccare una preda veloce e potente o una più lenta e debole, non ha dubbi su come agire».

È un opportunista: ha sempre come obiettivo l’animale più semplice da uccidere.
Ma oggi, con la montagna spopolata, è raro solo riuscire a fotografare a distanza questi esemplari tornati sulle Alpi: si tratta di soggetti schivi e paurosi. Almeno quando fiutano la presenza dell’uomo.

Il sito LifeWolfalps (qui è possibile segnalare un avvistamento)

di andrea.camurani@varesenews.it
Pubblicato il 06 dicembre 2016
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