“Quella notte a Torino, schiacciati dalla folla”
Fabrizio e Simone la sera di sabato 3 giugno erano a Torino a vedere la finale di Champions League, una partita che si è trasformata in tragedia. Ecco il loro racconto
Fabrizio e Simone sono due ragazzi di Varese che la sera di sabato 3 giugno erano a Torino a vedere la finale di Champions League, una partita che si è trasformata in tragedia. Ecco il loro racconto.
Un rumore ovattato in sottofondo, un crepitio frenetico che si avvicinava, le urla concitate e quella gigantesca onda umana! Si, un’onda umana che si avvicinava velocemente, che ci rincorreva, che ci ha travolto e spostato di peso dalla mattonella dove fino a pochi istanti prima imprecavamo per il terzo gol di Cristiano Ronaldo. La paura è durata solo pochi secondi. Ho reagito pensando solo a “Non cadere”. Cadere significava essere travolti, calpestati, ferirsi su un pavimento disseminato da migliaia di cocci di vetro rotto e chissà cosa.
“Non cadere, mi ripetevo” e cercavo di tenere le gambe leggermente larghe in un equilibrio precario. Sentivo l’onda che mi trascinava, avvertivo il peso delle persone che mi spingevano, altre che sparivano sotto una coltre umana inarrestabile.
Ho pensato a Nizza, ricordo di aver girato la testa un paio di volte pensando ad un tir che stesse travolgendo tutto e tutti, ma non c’era nessun tir. Ho trovato un varco e ho raggiunto una colonna spessa fra la piazza e i portici. Mi sono aggrappato ad un ragazzo mentre l’onda continuava imperterrita a scorrere ai miei lati. E proprio in quell’istante é partita una seconda onda umana che correva nella direzione opposta.
E non ho pensato più a Nizza ma al Bataclan. La mia immaginazione vedeva due comandi opposti che attaccavano dai 2 lati esterni della piazza. Nulla di tutto questo, ma lo abbiamo saputo molto dopo, non prima di una corsa a perdifiato lungo via Roma e fino a piazza Castello.
Non dimenticherò la paura, le scene di panico, le lunghe scie di sangue, le centinaia di scarpe disseminate per la piazza, i tantissimi feriti a terra che osservavo incredulo mentre ripercorrevo parte di via Roma nel tentativo di ritrovare il mio amico disperso che finalmente ero riuscito a ricontattare. Già ricontattare perchè, come in un incubo, anche le linee telefoniche erano intasate.
Era illeso e lo ero anch’io. Un abbraccio liberatorio che ci ha incoraggiato e ci ha portato ad aiutare chi era ferito, accompagnandolo fino alla zona soccorso. Il mio pensiero va a loro, ai 1500 feriti, al bambino e alla ragazza in prognosi riservata e ai quali auguro fortemente di lottare. #torino
Nella foto Fabrizio e Simone durante il viaggio verso Torino.
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