L’altro Otto marzo, il punto sulle violenze di genere

L’incontro, voluto dal Questore Giovanni Pepè ha messo a fuoco una piaga sempre più estesa. «Più risorse per le nuove vite delle vittime e investire sui giovani»

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Forse il miglior tributo alle donne, l’8 marzo, non è la mimosa, ma un pensiero a quante, magari con figli a seguito, sono obbligate a cambiare casa per via di uomini violenti, che non permettono loro di vivere un presente sereno: non c’è miglior pretesto della festa della donna per parlare di violenza di genere. E lo ha fatto nel pomeriggio di oggi il Questore di Varese Giovanni Pepè che ha inviato rappresentanti dell’associazionismo e della rete antiviolenza e delle istituzioni per fare il punto.

Così si sono dati appuntamento in questura le responsabili della “Casa Rifugio” della Fondazione “Felicita Morandi” e della “Casa Mamma-Bambino”,
Giovanna Scienza e la Roberta Barigazzi, l’Assessore del Comune di Varese Rossella Dimaggio e la responsabile dei Servizi alla Persona del Comune di Varese, Adelaide Caraci. Era presente anche il consigliere comunale del comune di Clivio Patrizia Zambrano.

L’obiettivo – ha ricordato lo stesso Questore – è stato quello di «consolidare la rete istituzionale nell’ambito della lotta alla violenza di genere e del sostegno alle donne in difficoltà, ma anche per promuovere iniziative volte a fare emergere situazioni di difficoltà e violenza».

Referente dell’evento – a cui ha partecipato anche la sovrintendente di polizia Silvia Nanni aggregata presso la Procura per lo sportello antiviolenza del Tribunale – il primo Dirigente della polizia di stato Patrizia Coda.

Interessanti gli spunti emersi, in primo luogo la consapevolezza dell’impegno di molte associazioni presenti sul territorio, ma anche le criticità fra le maglie del sistema.
«Noi siamo come un pronto soccorso. Quando una donna maltrattata arriva in un centro protetto, siamo in grado di intervenire. Il punto è la fase successiva, che ancora fatica a trovare risorse».

A parlare è proprio Giovanna Scienza che tratteggia un quadro in chiaroscuro.
La prima risposta non manca. Tuttavia va data continuità, anche attraverso la ricerca di risorse, al “dopo” a quando cioè la donna, una volta accolta, deve ricostruirsi la vita: nuovo lavoro, una nuova casa, magari in una città o in un paese diverso. «Spesso le donne che si presentano nei nostri centri antiviolenza non hanno più soldi perché compresse in una situazione famigliare con uomini che sfruttano la loro condizione di superiorità economica come un ricatto».

Il punto è che la normativa attuale consente la permanenza solo per un mese in strutture protette e la possibilità di restare altri sei mesi in una casa di accoglienza: è in questa fase che occorrono risorse economiche, aiuti, e “borse lavoro”. Su questo tema è stata lanciata l’idea di poter coinvolgere in maniera più diretta le associazioni di categoria sul territorio per capire se questa strada sia percorribile.

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Un altro punto importante dell’argomento è l’impegno delle amministrazioni pubbliche e delle diverse associazioni attive nel fare rete. Su questo la città di Varese è all’avanguardia ed è stata proprio questa mattina firmata a Milano l’adesione della Città Giardino al “Patto anti violenza di genere”, come ha ricordato l’assessora Rossella Dimaggio.

Come riporta il sito di Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani)

Il Patto si articola in undici punti che si propongono di agire per la sensibilizzazione contro la diffusione di stereotipi, per il sostegno dei centri antiviolenza e case rifugio, per il coinvolgimento degli uomini in tema di parità, per il supporto alla conciliazione dei tempi famiglia-lavoro. Azioni che verranno condivise tra le istituzioni e le organizzazioni della società civile impegnate sul tema e che annualmente le amministrazioni aderenti si impegnano a restituire ai propri cittadini.
Aderiscono al Patto i 12 sindaci delle Città metropolitane di Milano, Roma, Torino, Bari, Bologna, Cagliari, Catania, Firenze, Messina, Napoli, Palermo, Reggio Calabria e i sindaci di Padova e Varese. In seguito l’iniziativa sarà estesa a tutti i Comuni italiani.

Un particolare importante del tema trattato, infine, riguarda la questione culturale. Decisivo sarà l’impegno del mondo della scuola nel sapere impartire regole di convivenza civile alle giovani generazioni, affinché questa piaga dalle conseguenze imprevedibili si riduca nel più breve tempo possibile «perché purtroppo – ha ricordato il consigliere comunale del comune di Clivio Patrizia Zambrano, insegnante – sono sempre di più i casi di giovani uomini coinvolti in violenze domestiche e questo vuol dire che è necessario fare di più sul fronte dell’istruzione, organizzando eventi capaci di coinvolgere la scuola».

di andrea.camurani@varesenews.it
Pubblicato il 08 marzo 2018
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