Cittadini “spiati”, il Grande Fratello finisce in aula

Un dipendente dell’Agenzia delle entrate accusato di accesso abusivo a sistema informatico. La difesa: “Ha solo fatto il suo lavoro”

Avarie

120 richieste al sistema informatico dell’Agenzia delle entrate da parte di un dipendente sono un “accesso abusivo a sistema informatico” o la giusta indagine da fare per svolgere il proprio lavoro con scrupolo?

È il quesito che dovranno dirimere al tribunale di Varese dove oggi, mercoledì 24 ottobre, è andato in scena un processo che si addentra in un campo a metà strada fra codice penale e Grande fratello.

Perché all’imputato, un capo area degli uffici varesini ai tempi di quando i fatti sono contestati, quindi tra il 2010 e la fine de 2012, la procura di Milano contesta l’ingresso indebito al cervellone dell’Agenzia, che tutto sa è tutto vede, dalle utenze di gas e luce alle fatture, a molto, molto altro.

Basta un numerino magico, un codice composto da 15 fra cifre e numeri che si chiama codice fiscale, e il gioco è fatto.

Il punto è che ogni indagine in questo gigantesco database che riguarda ciascun cittadino italiano quasi dal giorno della sua nascita deve seguire una specifica procedura, ed essere giustificata da reali esigenze d’ufficio: non posso, se lavoro all’Agenzia delle entrate, “spiare” la vita del mio vicino di casa o dell’amico, senza un motivo plausibile.

Ed è qui che si concentra la difesa dell’imputato, che sostiene la correttezza delle indagini eseguite nel sistema informatico dell’Agenzia: “Dimostreremo che non si è trattato di errori ripetuti ma di accessi voluti per un fine specifico: svolgere il compito assegnato nella verifica delle posizioni”, spiega l’avvocato Marzia Giovannini.

Il legale fa un esempio: “Se io lavorassi all’Agenzia delle entrate e mi venisse chiesto di indagare sulla posizione di un soggetto, sarebbe legittimo verificare, in alcune circostanze, anche la posizione di terzi, come i fornitori o i clienti di un’attività economica”.

Nell’udienza di oggi è stato ascoltato un dirigente degli uffici di Varese che ha spiegato per sommi capi il funzionamento del sistema informatico centralizzato a Milano: è difatti da qui che è partita l’indagine della procura meneghina, il cui fascicolo è poi passato a Varese.

Come andrà a finire? Un passo in più verrà fatto il prossimo 24 gennaio, data in cui verranno ascoltati alcuni testi della difesa, colleghi dell’imputato.

È un processo, quello in corso di fronte al Giudice monocratico di piazza Cacciatori delle Alpi che a prescindere dalla sentenza e dalla gravità oggettiva del reato indaga non su di un semplice tema, bensì su “il” tema del momento.

Cioè: che fine fanno i dati di ciascuno di noi, sia che essi vengano ceduti gratuitamente ai vari social – che registrano tutto, dalle ore di connessione fino all’ultimo like – sia che vengano custoditi da un apparato dello Stato che ha il dovere di utilizzarli per far rispettare la legge ma senza abusare della conoscenza della vita privata del cittadino.

Per questo sono da tempo attivi protocolli circa l’impiego di dati e procedure da parte delle diverse agenzie concordati col Garante della privacy.

Andrea Camurani
andrea.camurani@varesenews.it

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Pubblicato il 24 Ottobre 2018
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