Cambiamenti climatici, la natura comincia a presentare il conto

Mareggiate e uragani sono frutto di variazioni dettate dalle abitudini dell'uomo. Per evitare le tragedie torniamo a ragionare come gli antichi

Avarie

Cambiamento climatico, eventi estremi, gestione del territorio e paesaggio
I recenti eventi climatici che hanno imperversato in svariate aree del paese ci hanno lasciato certamente sbigottiti se non veramente spaventati e fortemente intimoriti per possibili, se non probabili, repliche in un futuro prossimo o, comunque, non remoto.

Cerchiamo di ricapitolare gli eventi principali collocando limiti e responsabilità umane nelle giuste posizioni e provando a tratteggiare possibili scenari futuri calandoli nelle condizioni
di maggior sicurezza ragionevolmente conseguibile con tempi e risorse disponibili.
Inondazioni, straripamenti, mareggiate, tempeste di vento e dissesto idrogeologico e paesaggistico: di fronte a queste manifestazioni naturali si è assistito a drammi umani del
tutto evitabili, a danni economici ugualmente, ed almeno in parte, arginabili a sconquassi ambientali inevitabili.
Lutti eludibili: le vittime siciliane dell’abitazione costruita nell’alveo / paleo alveo di un fiume sono solo da compiangere con commozione ed ogni commento è superfluo circa una situazione che, date le circostanze, era solo una questione di tempo perché accadesse con gravissime responsabilità personali sul lato privato come su quello pubblico.

Danni e distruzioni di zone costiere : sono rimaste impresse negli occhi di tutti le immagini dei danni subiti dalle coste liguri in seguito alla violentissima mareggiata autunnale. Onde
di 10 metri di altezza si sono abbattute su costruzioni ed infrastrutture demolendole o rendendole inutilizzabili : spiagge attrezzate, lidi con edifici vari, bar e ristoranti, abitazioni
e altre costruzioni, insieme a strade, linee ferroviarie, piste di aeroporti e dighe foranee.

La natura si riprende gli spazi che le appartengono : se diamo uno sguardo agli insediamenti storici delle nostre coste marine e dell’entro terra, osserviamo come “Gli antichi” costruissero mantenendosi ben distanti dalla linea costiera come dal greto dei fiumi, mantenendosi prevalentemente in quota.

Per ragioni di sicurezza nei confronti dei marosi e delle incursioni di pirati o invasori lungo i litorali marini, in ragione dell’esperienza nel caso dei territori solcati dai fiumi.
Mareggiate con onde di 2 o 3 metri sono piuttosto frequenti in seguito a libecciate (sulle coste tirreniche) o a venti di maestrale (coste galluresi e tirreniche, come ci ricorda Carducci : “ … e sotto il maestrale urla e biancheggia il mar … ”), per esempio, con danni in genere modesti che possono essere evitati o attutiti smontando parzialmente le parti più esposte degli stabilimenti ovvero predisponendo protezioni come pannelli di materiali diversi presso piattaforme e pontili vari, locali ed abitazioni; oppure manufatti in cemento per riparare strade ed infrastrutture che in genere riescono a contenere la naturale, periodica, esuberanza del mare.

Ma il mare, considerando tempi più lunghi, manifesta la sua forza incontenibile con eventi furiosi, inevitabili nel lungo periodo, come quello di fine ottobre dovuto ad un eccezionale
vento di scirocco (per altro puntualmente previsto, come io stesso ho potuto constatare, dai principali modelli meteo disponibili sul web) che ha formato onde fino a 10 metri ed oltre; addirittura devastanti come in occasione di onde anomale o tsunami con masse d’acqua che possono raggiungere e superare i 20 metri di altezza provocate da terremoti o frane o eruzioni sottomarine e che, prima o poi, colpiscono le coste ovunque esse siano distruggendo qualsiasi manufatto da quelli sotto costa fino a centinaia di metri nell’entroterra a seconda dell’intensità del fenomeno (vedasi il recentissimo evento indonesiano).

Fiumi e torrenti invece, come ben sapevano i nostri antenati, ogni tanto (i tempi di ritorno dei 100 – 200 – … anni), occupano tutto il loro alveo naturale ed anche di più con portate straordinarie ed incontenibili. Meglio, quindi, stare alla larga e realizzare i nostri manufatti tenendo conto che il cambiamento del clima comporterà piogge sempre più intense concentrate in tempi ristretti e, di conseguenza, potremmo dover considerare piene super straordinarie col tempo di ritorno anche di 500 o 1.000 anni.

La violentissima tempesta che ha investito grandi aree del nord Italia sconvolgendo ampi tratti di bosco è riconducibile, pur con le dovute differenze, al tipo di eventi estremi tipico dei climi tropicali: i cicloni.

La scala si Beaufort classifica come tempesta un evento meteorologico con venti che soffiano fino a 102 km orari con danni al territorio descritti sinteticamente con la voce sradicamento / stroncamento alberi, come, appunto, accaduto in alcune aree del Trentino ed alto Adige, dell’alto Veneto (la mitica foresta di Paneveggio frequentata da Stradivari, nella foto) e del Friuli storicamente riconosciute per la meticolosa gestione forestale e del territorio in genere.

In questo caso, pertanto, è assolutamente fuorviante parlare di dissesto idrogeologico causato dall’incuria, dall’abbandono del territorio, dall’impermeabilizzazione del suolo causata dall’edilizia selvaggia.

Ci troviamo, infatti, in luoghi dove cura e cultura del territorio e del paesaggio rivaleggiano con le aree montane di tipo alpino più belle d’Europa e del mondo, dove agricoltura di montagna, selvicoltura e turismo hanno trovato da decenni una armoniosa e sinergica collaborazione in un sistema socio economico di primissimo livello così da renderli un vero paradiso in terra.

Ciò non di meno, di fronte alla furia della natura ampi tratti di abetine hanno ceduto con migliaia di alberi sradicati o stroncati dalla forza incontenibile del vento aiutato da terreni fradici d’acqua per le eccezionali piogge.

Successivamente allo sgombero del legname, con un volume equivalente a diversi anni di tagli regolari, ed al recupero delle infrastrutture, si dovrà procedere con il reimpianto dei boschi per assicurare il consolidamento delle “nuove” morfologie del territorio e già si discute se riproporre lo schema dei boschi di conifere con pecci ed abeti bianchi oppure puntare su boschi misti con latifoglie come il faggio oppure boschi misti con latifoglie e conifere (abeti bianchi e rossi, pini cembri, pini silvestri e pini neri, larici) per aumentare la capacità del bosco a resistere ad eventi negativi siano essi biotici (parassitosi) oppure abiotici (eventi climatici estremi).

In ogni caso ci vorranno alcuni decenni per rivedere dei boschi ben strutturati, inoltre, la scelta della prima ipotesi manterrebbe lo schema paesaggistico classico di quelle aree con abetine che si alternano ai pascoli delle malghe, verdi lucenti in estate, vestite di neve d’inverno, le altre scelte comporterebbero un cambiamento paesaggistico notevole con nuove sagome e vestizioni che variano di colori e tonalità fino a mostrarsi nella loro “Nudità” invernale che un poco lascia sgomenti e tristi fino al ricaccio di primavera. Scelte difficili e dure che saranno occasione di dibattiti tecnici anche controversi e confronti accesi tra maestri del paesaggio ma è assolutamente essenziale rialzarsi e riprendere il duro lavoro della gestione territoriale per garantire la presenza delle genti di montagna unico vero baluardo a presidio di quelle aspre regioni montane.

(intervento a cura di Valerio Montonati, agronomo)

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 14 gennaio 2019
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