Piccolomo, è l’ora della verità

Venerdì la sentenza per i fatti del 2003 in cui morì la moglie Marisa Maldera. Il difensore ha presentato una memoria

Giuseppe Piccolomo processo tribunale di Varese

Una sentenza della Cassazione: sono questi fogli, carte giudiziarie che potrebbero rappresentare l’ultimo salvagente giuridico-procedurale per le sorti di Giuseppe Piccolomo, imputato per omicidio volontario della moglie Marisa Maldera morta nel 2003 bruciata all’interno dell’auto da lui guidata.

Un omicidio legato a questioni economiche e passionali secondo l’accusa.

Un tragico incidente legato a diverse concause prodotte da schianto, sigaretta accesa e benzina nell’abitacolo secondo la difesa, per cui Piccolomo ha già pagato patteggiando una condanna nel 2006, tre anni dopo i fatti.

Proprio per sostenere questa tesi il difensore Stefano Bruno ha depositato ieri una memoria nella quale viene invocato un caso giudicato dalla Cassazione legato ai profili di colpa di un medico che non venne processato nuovamente per lo stesso fatto.

Bruno aveva già sollevato un’eccezione preliminare alla prima udienza del processo dinanzi alla Corte d’Assise di Varese, nella primavera scorsa, invocando il principio ne bis in idem, locuzione latina che letteralmente significa «non due volte per la medesima cosa» mutuata nel diritto col concetto che non si può venir processati due volte per lo stesso fatto. Il punto è che la Corte non accolse la richiesta della difesa: era il 28 maggio.

Fra quella data e oggi sono state decine i testimoni chiamati in aula, oltre a numerosi periti ed esperti di tossicologia forense e medicina legale; altri, poi, che hanno esaminato palmo a palmo la scena di quel 20 febbraio di 16 anni, quando fa venne trovato il corpo carbonizzato della povera Marisa Madera. Analisi dei reperti, esame delle poche foto disponibili sull’auto e dell’unico video realizzato il giorno successivo da un cronista locale.

Poi ancora gli esperimenti sull’auto nella cava della Colacem di Caravate e le simulazioni eseguite dalla polizia locale del Medio Verbano a bordo di una Volvo Polar famigliare su cui quella notte viaggiavano i coniugi Piccolomo per il caffè varesino dopo una serata di lavoro nella pizzeria di Caravate. Ancora le possibili traiettorie sull’uscita di strada del veicolo e le ipotesi circa il possibile ribaltamento.

Sono stati sentiti nel dibattimento gli amici di famiglia e i conoscenti, i volontari del soccorso della prima ambulanza della Croce Rossa Italiana arrivata sul posto, dell’automedica e i carabinieri della pattuglia che arrivano sulle fiamme altre che divorarono il veicolo e la sua passeggera.

A parlare anche diverse persone che abitavano nei dintorni del campo dove avvenne l’incendio; beninteso: da quanto emerso nessuno vide come andarono i fatti. Un testimone, presente nella propria abitazione a pochi metri da quel campo, avvertì il bagliore di una fiammata e avvisò i soccorsi, nel cuore della notte. Vennero poi ascoltati anche gli assicuratori che seguirono le sottoscrizioni di alcune polizze vita firmate tempo prima da marito e moglie con capitale triplicato in caso di morte in incidente stradale.

L’unica grande assente del processo è stata la seconda moglie di Piccolomo, Thali Zineb, marocchina, chiamata a testimoniare ma mai venuta in aula.

Ora siamo all’ultimo atto poiché domani Giuseppe Piccolomo verrà giudicato: si attende la sentenza nella tarda mattinata, sentenza che potrebbe arrivare dopo la replica del pubblico ministero Maria Grazia Omboni: solo in questo caso potranno avvenire le repliche anche delle altre parti, tra cui Antonio Cozza e Nicodemo Gentile, difensori delle figlie Tina e Cinzia costituitesi in giudizio come parti civili.

E in aula è atteso anche Giuseppe Piccolomo, che ha assistito a tutte le udienze del processo a suo carico, nella gabbia, perché sta scontando l’ergastolo per l’assassinio di Carla Molinari, la pensionata uccisa e alla quale vennero amputate le mani a Cocquio Trevisago nell’autunno del 2009.

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di andrea.camurani@varesenews.it
Pubblicato il 17 gennaio 2019
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