“In quel reparto, si entra in punta di piedi perchè la sofferenza è grande e difficile”

Il racconto degli animatori della Fondazione Il Ponte del Sorriso nel nuovo reparto di neuropsichiatria infantile dove ragazzini affrontano il difficile compito di vivere

Lavori della sala giochi in neuropsichiatria infantile al Del Ponte

«In Neuropsichiatria Infantile entri in punta di piedi perché la fatica e la sofferenza sono così grandi e così difficili da comprendere che è necessario avvicinarsi con estrema delicatezza. Ti metti a disposizione per raccogliere il desiderio di fare qualcosa insieme, di scambiare qualche parola o anche solo di stare seduti vicini. Il coinvolgimento emotivo è grande almeno quanto il rispetto per sofferenze così pesanti». Fare il volontario nel nuovo reparto dell’ospedale Del Ponte non è facile.

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Dallo scorso mese di ottobre, la NPI ha aperto dodici posti letto per accogliere giovani e giovanissimi pazienti, soprattutto appartenenti a una fascia difficile, quella dell’adolescenza o pre adolescenza, alle prese con problemi della psiche. L’ospedale di Giubiano è uno dei pochi in Lombardia a offrire un reparto di degenza, a fronte di un bisogno molto elevato.

Fin da quando è stato aperto, il reparto ha potuto contare sulla presenza dei volontari e delle educatrici de Il Ponte del Sorriso. Persone che hanno deciso di impegnarsi accanto a ragazzini che devono occupare il oro tempo libero, puntando sulle loro capacità, abilità, magari nascoste. Avere un’occupazione, cercare di fare ciò che far star bene è fondamentale per alleggerire un momento difficile della loro vita. Accanto agli specialisti, che sono un’eccellenza nel panorama lombardo, c’è quindi la squadra di volontari, approdati in reparto dopo un lungo percorso di preparazione che cerca di sviscerare soprattutto le capacità di tenuta emotiva di ciascuno di loro.

In questa nuova e delicata avventura, il Ponte del Sorriso si è affidato a due storiche figure come “la Claudiona” e l’educatrice Serena: « Sono entrambe figure di riferimento – commenta la presidente Emanuela Crivellaro – Claudia ha una sensibilità e un’empatia tali da riuscire a individuare i bisogni di chi ha davanti dando le risposte giuste. Le viene naturale instaurare una relazione con chiunque entri in contatto.  Così Serena, che è anche psicologa, a lei si fa riferimento per coordinare le attività».

Ogni giorno Il Ponte del Sorriso propone diverse attività creative, che spaziano dall’arte alla musica, o addirittura rilassanti come lo yoga.

Lo scopo è quello di cercare di rendere il reparto, che per la particolarità delle malattie che cura è  molto protetto e contenitivo, più sereno e offrire un ventaglio di esperienze emotive che favoriscano la socializzazione e la scoperta delle proprie potenzialità, incanalando le tensioni.

«L’arte – spiega Emanuela Crivellaro – è la rappresentazione del desiderio, della bellezza e del piacere: l’intervento dell’arteterapeuta consiste nel presentare nuovi linguaggi per poter esprimere la propria sofferenza e trasformarla, attraverso la curiosità e la voglia di scoprire andando oltre gli schemi, le convenzioni e le etichette. Attraverso la creatività e il potenziale espressivo si anima l’impegno, che porta alla gratificazione.
La musica è la vita stessa degli adolescenti. Non mancano mai le cuffie all’orecchio. Poterla non solo ascoltare, ma anche produrla con strumenti vari o cantare, attiva una serie di sensazioni positive. Sentire questi ragazzi suonare e cantare insieme e vedere quello che riescono a realizzare, fa venire la pelle d’oca».

Lo yoga, così inusuale in un ospedale, diventa un momento di rilassamento collettivo, durante il quale i ragazzi  sperimentano il lasciarsi andare al ritmo del respiro e del proprio corpo.

Iniziata in maniera saltuaria, l’attività di volontariato si è via via strutturata diventando un punto di riferimento per i giovanissimi pazienti: « Ci siamo messi in gioco – spiega la Presidente della Fondazione – perché questi ragazzi hanno delle risorse che vanno attivate, a maggior ragione nel momento in cui la malattia entra nella fase più acuta, più difficile e a volte anche pericolosa per se stessi e per gli altri. È molto impegnativo per i volontari occuparsi di questi ragazzi, ma c’è “un grande ritorno emotivo e umano” come dice uno di loro».

di alessandra.toni@varesenews.it
Pubblicato il 05 marzo 2019
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