Le imprese chiedono capitali per andare all’estero

Una ricerca dell'università Liuc ribalta due luoghi comuni: le imprese si aprono al private equity per internazionalizzarsi e per portare sui nuovi mercati prodotti industriali

Generico 2018

Le ricerche servono anche a superare certezze consolidate. Quella presentata alla Liuc di Castellanza sul ruolo svolto dal private equity nella crescita delle Pmi ne ribalta almeno due: le imprese chiedono capitali per andare all’estero e quasi la metà di queste (41%) porta sui nuovi mercati prodotti industriali. Il settore alimentare, dove spopolano brand italiani famosissimi, ha solo una quota del 9%.

Il campione selezionato dalla ricerca della Liuc comprende 154 operazioni di espansione capital e buy out distribuite su 149 imprese. «Nell’82% delle operazioni- spiega Anna Gervasoni, docente degli intermediari finanziari all’Ateneo di Castellanza – il private equity ha contribuito a migliorare i processi di internazionalizzazione. È una leva di sviluppo che genera tante attività».

La ricerca, commentata da Francesco Bollazzi, coordinatore del master universitario in merchant banking e private capital, ha evidenziato che Gran Bretagna (26%) e Francia (23%) sono i paesi di destinazione dei processi di internazionalizzazione in Europa, mentre le aziende dei settori industriali preferiscono gli Stati Uniti e quelle attive nei beni di consumo la Russia. Tra le strategie di internazionalizzazione 68 imprese del campione prediligono l’apertura di una sede all’estero, 41 contrattualizzano agenti o distributori, mentre 39 preferiscono l’acquisizione di un’azienda già esistente. Alcune perseguono più strategie contemporaneamente.

Chi ha scelto di aprire sedi all’estero, ovvero il 33%, ha incrementato anche il peso del fatturato estero così come chi ha fatto operazioni di fusione e acquisizione (M&A). In quest’ultimo caso il 60% ha acquisito dei concorrenti, il 26% clienti e il 14% dei fornitori. Delle 36 operazioni di M&A, la maggiorparte (11) sono state fatte negli Usa, 6 nella Germania, 5 in Francia, 4 in Svizzera, 3 in Slovenia, Spagna e Austria.

Nel post crisi l’internazionalizzazione sembra dunque un percorso quasi obbligato, ma tutt’altro che semplice. Il private equity è un motore che spinge verso la crescita rapida e può aiutare le aziende con l’apporto di competenze adeguate. All’impresa familiare in genere non mancano le risorse finanziarie, quanto il coraggio di andare all’estero per fare acquisizioni. Un timore generato dalla mancanza di risorse umane che siano in grado di gestire l’acquisizione dall’inizio alla fine. E anche quando ci vanno, tendono a preferire l’Europa perché è più facile da approcciare anche se il business industriale cresce nell’estremo oriente.

di michele.mancino@varesenews.it
Pubblicato il 07 novembre 2019
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