Mario Calabresi e “la luce che si vede dalla crepa”

Mario Calabresi ospite a Glocal per una lunga chiacchierata e per presentare il suo libro “La mattina dopo”. Sala gremita per ascoltarlo

Mari Calabresi con Marco Giovannelli a Glocal

La sua biografia l’ha letta anche il numero uno di Google News, Richard Gingras: anzi, come ha rivelato lui proprio a Varese, è stato l’ultimo libro di carta che il Chairman della grande società statunitense ha letto. E la sala Campiotti era strapiena di suoi lettori, pronti ad ascoltarlo nella lunga e informale conversazione che ha fatto davanti a loro con il direttore di Varesenews Marco Giovannelli.

Ma il bello di questa fase della vita di Mario Calabresi, già direttore della Stampa e della Repubblica ora in “pausa” letteraria, non è la componente di successo del suo ultimo libro, “La mattina dopo”, che pure è in cima alle classifiche di vendita e oggetto dell’affetto di migliaia e migliaia di fan.

«Il giorno in cui tu non hai piu niente da fare e decidi, per consolarti, di fare una di quelle cose che avevi sempre pensato ma che non avevi mai avuto il tempo di fare, bene: non ti viene in mente niente» ricorda, con un po’ di ironia, Calabresi, raccontando la prima mattina da ex direttore di Repubblica. «Ci sono drammi peggiori che non essere più direttore di un giornale, ma certamente la tua vita è stravolta: prima cominciavi la mattina già con il telefono in mano, e poi non succede più. Poi ricevevi 120 mail e ora sono diventate 20. Ci si trova davanti una vita diversa».

Una vita che – da frettolosa e superficiale – diventa di ascolto e condivisione: «Io non sono mai stato un grande amante di Facebook, e la proposta che mi hanno fatto di aprire una pagina non mi sembrava tanto saggia: bisogna seguirla, saper rispondere, insomma non mi sentivo molto pronto e mi sembrava di non avere tempo. Ma è bastato chiedere sulla pagina Facebook : “Voi ricordate la vostra “mattina dopo” in certe occasioni della vita? come è stata?” per creare un fiume di fiducia straordinario. Sono stati in migliaia a dirmi cos’è successo a loro, anche le cose più intime: quella semplice domanda ha aperto molte possibilità».

Mari Calabresi con Marco Giovannelli a Glocal

Un fiume che ha reso ancora più grande il racconto delle storie emblematiche di persone che ricominciano la loro vita descritte nel libro: «Storie volutamente non famose – spiega – Avevo pensato di inserire tra gli altri anche la storia di Gianluigi Buffon, ma ho deciso di lasciare perdere». Perchè non c’è bisogno di nomi altisonanti per ritrovarsi in una storia di rinascita che può essere vicina alla propria: «In un biglietto che mi hanno regalato per il mio compleanno, che cadeva nei giorni in cui stavo andando via da Repubblica, c’era scritta una bella frase di Leonard Cohen: “In ogni cosa c’è una crepa. E’ da li che passa la luce”. Mi è rimasta molto impressa».

La soluzione alla sua “mattina dopo” comunque è stata l’ascolto: decidere di approfondire tutto quello che non aveva potuto approfondire finora in un decennio di vita frenetica. Come trovare il pezzo di terra agricola che gli aveva “affidato” la nonna come ultima missione in punto di morte. O decidere di fare il tour promozionale del libro, che toccherà cinquanta città italiane, in maniera diversa che negli anni passati: «Farsi 50 città italiane per promuovere il tuo libro è una cosa bellissima, ma oggi non le voglio fare come le facevo una volta, quando faticosamente ricordavo dov’ero stato – Spiega – Ho deciso che per ogni città mi prendo del tempo prima e dopo: le visito, vado a trovare un amico, vado a vedere qualche realtà che voglio scoprire meglio. E ogni volta scopro cose bellissime, che sto appuntando in un diario».  L’ha chiamato  “slow journalism“: recupera il gusto di conoscere per conoscere, quello di lasciarsi andare alla curiosità, di togliersi lo sfizio di approfondire quello che merita la nostra attenzione.

«I rappresentanti della nostra professione, anche quelli locali, dovrebbero avere il coraggio di diminuire l’ansia di correre dietro alle “ultime notizie”, spesso inutili, per prendere il tempo di raccontare storie che spiegano dove va una comunità – Prosegue – Rinunciare a un po’ di chiacchericcio e usare le proprie risorse per raccontare dove va la società».

Per i ragazzi che vogliono diventare giornalisti, invece, sostiene di non avere risposte precise: riesce però comunque a dispensare consigli preziosi: «Imparate a leggere le banche dati, imparate ad usare un drone, tenendo al centro la curiosità giornalistica – conclude infatti – Li dentro ci sono una marea di storie che possono essere raccontate, in un modo che ancora non sono in tanti ad esplorare. Per fare il nostro mestiere non serve solo “sapere scrivere”: quella è solo una precondizione».

di stefania.radman@varesenews.it
Pubblicato il 09 novembre 2019
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