Segafredo: “A Varese dopo Expo per il turismo è cambiato tutto”

Una famiglia che da decenni gestisce l'Hotel Ungheria Varese 1946. "Stiamo andando bene e arrivano 12mila persone all'anno a dormire qui. Una volta non si vedevano turisti. Ora è cambiato"

Alberghi Varese

La parete del locale delle colazioni è piena di pannelli che indicano le possibili scelte. Una ricca offerta di prodotti a km 0 che arrivano da aziende del territorio come il latte Varese, le mozzarelle fresche del Casale di Arcisate, il miele, la formaggella del luinese.

Poi diverse proposte per i vegani, una certificazione presa dall’associazione italiana l’atto intolleranti per cui ci sono prodotti senza lattosio e un’altra dall’associazione Italiana celiachia con alimenti specifici.

«Noi puntiamo molto sul buffet della colazione perché crediamo che il cliente vada coccolato partendo dal rispetto di alcune sue esigenze».

Simone Segafredo, insieme alle sue sorelle Luciana e Anna, e a sei dipendenti, gestisce l’hotel Ungheria Varese 1946. Da quei quattro numeri si capisce la data della struttura varesina. Una lunga tradizione che arriva dai genitori che avevano preso in affitto lo stabile per farne un luogo di accoglienza. Solo nel 1980 il grande salto con l’acquisto dei muri, e dieci anni dopo l’inizio di una importante ristrutturazione per arrivare ad avere l’hotel come lo si conosce oggi. Ventisette camere e sei appartamenti in un residence ecologico costruito tutto in legno e aperto nel 2015.

«Stiamo andando bene. Il 2019 chiuderà con un più dieci per cento sul 2018 che era già andato bene, dopo il boom dell’anno precedente. Expo è stato lo sparti acque che ha cambiato tutto».

Alberghi Varese

Cosa è cambiato?

«Noi siamo in una posizione particolare. Viale Borri non è lontana dal centro, ma è decentrata. Abbiamo sempre lavorato tanto con l’ospedale, ma qui di turisti non ne vedevamo, se non quelli che si fermavano per una sola notte. Persone che erano solo di passaggio. Dopo Expo la situazione ha avuto una evoluzione significativa. Sono iniziati ad arrivare tanti stranieri».

Che tipo di clienti arrivano?

«In un anno abbiamo circa dodicimila presenze. L’80 per cento sono clienti business, di vario genere. Il restante viene per turismo. E non più per pochi giorni, perché qualcuno passa proprio le vacanze qui. Varese è diventata una sorta di punto di riferimento per girare tutte le zone intorno, dal lago Maggiore a Como, a Milano, alla Svizzera. Siamo in mezzo a tanti luoghi interessanti e abbiamo ottimi collegamenti».

Qual è la percentuale di occupazione delle vostre camere?

«Siamo intorno all’80 per cento, con tutto pieno nel periodo estivo. Noi siamo un po’ sopra la media delle strutture varesine. C’è stato un aumento della clientela straniera in modo particolare dei francesi».

Come mai avete deciso di investire nel residence?

«Avevamo continue richieste di un servizio diverso, dove si potesse cucinare e vivere come in una casa. Quello che spesso le persone cercano in Airbnb. Noi pensavamo che fosse una buona soluzione soprattutto per le persone che avevano l’esigenza di fare soggiorni vicini all’ospedale. Invece in un attimo ci siamo accorti che c’era una domanda molto più ampia sia legata al business che alle famiglie».

Una scelta indovinata allora…

«Certamente e se potessimo ne apriremmo ancora perché lavoreremmo ancora di più. Infatti, continuo a suggerire di investire in questo settore e in questa area perché c’è tanto da fare con buone opportunità».

Quanto incide la vicinanza con l’Università?

«Da alcune stagioni tanto, perché continuano ad arrivare persone per iniziative o eventi. Poi c’è sempre tanta richiesta per i giovani medici che lavorano in ospedale. Assistiamo a un cambiamento importante e si sente anche nel lavoro di tutti i giorni. Scopriamo un dinamismo nelle proposte e queste hanno una ricaduta sul territorio».

In tanti anni di lavoro qual è la soddisfazione maggiore?

«Coccolare il cliente. Offrire servizi con una dimensione familiare. Questo vale molto per le persone che tornano nella nostra struttura dopo aver passato ore con qualche caro ricoverato in ospedale. Ma vale anche, seppur in modo diverso, per i turisti che sono qui per passare del tempo in armonia».

Come arrivano da voi i clienti?

«Da alcuni anni sono molto attento a studiare questo aspetto. Anche perché incide sulla nostra economia. Dall’online arriva il 20 per cento. Si consideri che è quasi tutto da Booking che ha commissioni molto alte. Il fatto che circa l’80 per cento arrivi in modo diretto significa che abbiamo fatto un buon lavoro e siamo riconosciuti come una struttura di qualità».

Come vede il sistema turistico a Varese?

«È stato fatto lavoro e le cose sono cambiate. Quello che scontiamo un po’ è non avere un vero prodotto turistico. Dobbiamo assolvere molto noi singoli a questa carenza. La Camera di commercio si sta impegnando molto e si vedono i segni, ma servirebbero ancora altri interventi. Per esempio un sistema più semplice di biglietteria integrata e a tempo. Con una sorta di abbonamento pensato per pochi giorni per chi viene a Varese. È fondamentale spingere i clienti verso il centro e verso attività di accoglienza turistica, ma in questo abbiamo ancora molto da fare. Sono vice presidente di Federalberghi e da tempo gestiamo servizi per i nostri associati puntando anche alla formazione perché ormai non è più tempo di stare fermi. Occorre un continuo aggiornamento».

Che pensa di Airbnb, la piattaforma degli affitti brevi?

«Farci la lotta non ha alcun senso. L’importante è che le strutture siano in regola e siano controllate. Il codice identificativo regionale fa qualcosa, ma non è ancora del tutto risolto il problema dell’abusivismo. In ogni caso l’albergo e le case sono due prodotti completamente diversi. Dovremmo imparare tutti dall’esperienza dei B&B contro cui si scagliavano in tanti. Chi fa accoglienza con gli hotel, offre servizi diversi e deve differenziarsi sempre di più e meglio per la qualità. Chi invece cerca una esperienza vicina a quello che vive nella propria casa, sceglie Airbnb spesso a prescindere dal prezzo».

Non sono un pericolo quindi?

«Guardi, quando sale la marea, sale per tutti. Sta succedendo da un po’ e dobbiamo credere al nostro lavoro e guardare avanti. C’è spazio per tutti».

di marco@varesenews.it
Pubblicato il 01 novembre 2019
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