L’eremita sull’Alpe che fa da papà a cento caprette

Corteggiato sui social, non abbandona mail il suo alpeggio. Gianni Beltrami, milanese che ama la vita spartana fra pisolini in stalla e il tempo delle stagioni

Caprette e montagna, vita da eremita

Se sente parlare di «apericena» mette metaforicamente mano alla pistola ma lui stesso, con la barba lunga un dito e i capelli argento è suo malgrado diventato “di moda“, con quasi tre mila amici su facebook e un mare di like ogni volta che salta fuori dal cilindro una massima sulle stagioni o sui gradi che ci sono in casa. Corteggiato dalla “rete“, vive in modo spartano in una casa-alpeggio ma gli capita in questa stagione di dormire in stalla su un mucchio di fieno mentre aspetta di veder uscire la testa di un capretto, e allora si desta dal pisolino per assistere il piccolo e la madre durante il parto.
I tre argomenti da non toccare mai quando si parla con Giovanni Beltrami, classe 1959 e nato sotto alla Madonnina sono tre: il milanese imbruttito, il lupo, le migrazioni.

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Tradotto: mancanza di capacità nell’usare le mani e in generale nel trovare soluzioni adatte al territorio in cui si vive, paura atavica per chi può mettere in pericolo i suoi bambini (gli scappa proprio questa parola mentre parla delle caprette: «i bambini») e i troppi sbarchi di clandestini in Italia, ma su questo si lascia andare: «Alla fine viviamo tutti sotto lo stesso cielo», prova ne sono i lung-ta appesi in casa sotto alla foto del Dalai Lama che sorride.

Caprette e montagna, vita da eremita

Alpe di Duno, mattina: Giovanni è l’ultimo residente di un falsopiano che si estende per una superficie di qualche ettaro e che si trova a metà strada fra il forte di Vallalta della Linea Cadorna e la chiesa di San Martino in culmine che è poi, appunto, la cime della montagna.

Per arrivare all’Alpe che in molti chiamano “Bis” (cioè il “paese in seconda“) o Bisio c’è da percorrere un tratto di strada sterrata che addirittura scende nella conca dopo chilometri percorsi in salita: si arriva prima a Duno, che per i deboli di stomaco vuol dire molte curve, per poi salire ancora, e le curve diventano moltissime, con strapiombi su strade non più larghe di due metri e mezzo: qualche pietra rotola a valle, il fianco di un cervo entra nella boscaglia e sparisce.

Terra di gente strana.

Dice: «Prima di me, qui, abitavano i Celti», poi ci sono stati i partigiani con la famosa battaglia, zona poi forse frequentata anche da qualche personaggio vicino all’eversione, gli onnipresenti contrabbandieri e chissà chi altro ancora. Oggi fra le baite, metà casette ordinate e metà muri a secco da sistemare si sente solo il suono attutito delle campane all’interno della grande stalla sul retro di un edificio. Sulla facciata la scritta “Consorzio Duno” dipinta fra le greche quasi liberty.

Caprette e montagna, vita da eremita

Intorno silenzio, una motosega poco più sopra, due guardie ecologiche della Comunità montana che arrivano sulla Panda per fare una ricognizione. Poi basta. «Sono rimasto l’ultimo abitante di questo posto», racconta Giovanni mentre scalda il latte per la prima nata della stagione fra le sue caprette che infatti si chiama Primina e beve nel biberon: le son state tolte le piccole corna ieri sera e reclama attenzioni.

 

L’ultima nata invece è venuta al mondo attorno alle 8.30, viene leccata e accudita dalla madre che allo stesso tempo sta completando il secondamento del sacco amniotico. Con l’ultima, sono 95 le camosciate delle alpi che daranno il latte per la produzione del “Dunum Caseus”, formaggio fatto alla moda dei celti e venduto a quanti arrivano fin quassù, o nei mercati, assieme ai salami e al miele e alla propoli, tutta roba che arriva dall’Alpe.

Ma com’è possibile vivere quassù da eremita, come si arriva a una scelta del genere?

«Premetto, pure io sono milanese. I miei si sono conosciuti da queste parti durante la guerra ma la città non è mai stata il mio sogno. Sono stato titolare di un’impresa edile, ma il mio cuore è sempre stato qui. Dal 2005 vivo di questo lavoro in pianta stabile in montagna. Produco formaggio e svolgo qualche piccola manutenzione alle baite della zona, alcune delle quali sono mie come miei sono molti dei terreni dell’alpe comprati poco per volta». Quassù di tempo per riflettere a prima vista ce n’è, ma in realtà il lavoro non finisce mai, specialmente in questa stagione in cui cominciano i parti e allora da fattori ci si deve improvvisare veterinari e anche un po’ papà, coi più piccolini che gli corrono incontro e stanno in silenzio mentre racconta.

«Di gente da queste parti se ne vede: passano, vengono a trovarmi. L’altro giorno è salito il vice console del Perù, passano professori universitari, geologi, tanti amici a volte con famiglie e bambini». E quando ci si sente soli c’è la piazza virtuale di facebook con qualche post a volte sopra le righe ma che attira attenzione.

Insomma: va bene il silenzio, e quando c’è anche la neve, ma a volte bastano due tacche di 4G per non sentirsi del tutto gli eremiti della valle.

di andrea.camurani@varesenews.it
Pubblicato il 31 gennaio 2020
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