Crugnola: “Cosa ho imparato in cinque anni di consiglio comunale”

A conclusione dell'ultima seduta di consiglio comunale della consiliatura 2016-2021 a Varese Valerio Crugnola traccia un bilancio dei suoi 5 anni di mandato, i primi della sua vita

L'apertura della campagna elettorale di Galimberti all'Ippodromo di Varese

A conclusione dell’ultima seduta di consiglio comunale della consiliatura 2016-2021 a Varese Valerio Crugnola traccia un bilancio dei suoi 5 anni di mandato, i primi della sua vita: tra fatiche e soddisfazioni, luci e ombre e considerazioni da ex “cittadino semplice”

 

Questa sera si è chiusa la mia esperienza di consigliere comunale, a pochi giorni dai 74 anni.
Non ho la presunzione di essere indispensabile come alcuni della mia generazione tra i ricandidati, e nemmeno di essere ancora utile.

Anzi, ho imparato a vedere ancor meglio i miei limiti e a scoprirne di nuovi.
Ho un’idea troppo alta della politica e la dovuta severità con me stesso per ridurla a un giocattolo per pensionati.
In cinque anni ho capito di più i problemi della politica di quanto non li abbia capiti studiandoli o affrontandoli da fuori.

La “buona politica” può esistere solo nella mediazione e nello scambio strutturato tra chi è nelle istituzioni e chi la giudica, la promuove, la interpreta e la preconizza da fuori.

Senza questo rapporto sia il cittadino che il rappresentante faticano nell’esercitare bene il loro ruolo. Ambedue devono imparare, possibilmente nella stessa sala studio, a informarsi, documentarsi, studiare, ascoltare e confrontarsi.

Non ci dovrebbe essere posto nelle istituzioni per zombie caduti dal nulla. Pensate ai grillini e alle figuracce che li hanno distrutti; pensate a leghisti e postfascisti che incombono sulla politica nazionale e locale.
Il cittadino è sottratto all’esperienza e ad un tessuto di osmosi partecipativa.
Il suo contributo e la sua comprensione delle cose sono sminuiti dal fatto che, da fuori e privo di un contesto di cooperazione civile, immagina la politica come un autoadempimento. Gli ideali e gli enunciati programmatici si tradurrebbero facilmente nella realtà. E tutto alla fine si riduce a: “Hai fatto, non hai fatto”.

La politica è tutt’altro che onnipotente. È complicata e lenta. Serve una specifica professionalità. Un/una bravo/a medico, un bravo podista, un bravo potatore, un/una bravo/a docente, un bravo avvocato non diventano di per sé dei buoni politici.

La professionalità di un politico, che tale è anche se di mestiere fa altro, è la più difficile che ci sia. Serve una vasta sintesi di saperi aggiornati.

Non a caso Platone pensava che la formazione di un reggitore di città fosse interminabile e richiedesse uno studio e un tirocinio di circa trent’anni.  I qualunquisti che detestano i politici mi fanno pena per il loro rozzo analfabetismo. Scusatemi: anche i pazienti nel loro piccolo s’incazzano.

l cittadini ignorano i tempi degli apparati burocratici, le loro resistenze improduttivistiche e castali, il loro marpionaggio e le dinamiche di scambio non trasparenti da cui l’attore politico resta escluso.

Da fuori il volontarismo e l’idealismo rendono tutto facile. Un attivista dice: “Serve”, “Bisogna”, magari tradotto più prudentemente in un “Bisognerebbe”. Poi entra in un’istituzione e, sbonf!, sbatte il naso contro il muro della sua incompetenza, del suo ignorare leggi, normative, prassi, del suo non saper valutare le persone e i processi deliberativi se non con le stolte opposizioni “onesto-disonesto”, “interessato-disinteressato”, “civico buono-civico farlocco- politico partitico brutto e cattivone”.

A queste visioni puerili si oppone di solito la mediazione tra “competente tecnico che sa il da farsi” per la sua professionalità burocratico-impiegatizia” e il “politico che ci mette bussole, valori e, poffarbacco, visioni”.
Anche questa è a ben vedere una banalità retorica.

La politica è anzitutto un trascinamento inerziale, un tessuto multidecisionale e multideliberativo, una sintesi di saperi e prospettive che devono incrociarsi, cooperare, convivere in una interazione tra più attori e più piani: apparati, regione, governo, associazioni, sindacati, categorie, stampa, ecc.

L’inversione dell’inerzialità ereditata è una manovra faticosa e richiede anni. Galimberti ce l’ha fatta, la rotta è stata corretta, il mare è aperto, ma se la nave viene affondata in porto non arriva niente.

La politica diventa buona lavorando insieme. Le coalizioni dovrebbero essere una consulta permanente allargata, strutturata per tematiche e per territori.

Questo sarebbe il civismo, che è di tutti e non è monopolio di chi si proclama boriosamente tale. È un impegno oblativo diffuso, senza etichette, senza titolari, dove chiunque ha titolo di contribuire a un disegno che si precisa passo a passo e che non è tutto pronto.

La politica non è la campanella del maggiordomo che annuncia: “ll pranzo è servito”. È un percorso dove ciascuno reca il suo contributo e lavora con gli altri.

Se così potrà essere, se questo lavoro di tutti i coalizzati attorno a Galimberti prenderà forma, mi sarà facile avere ancora un modesto e non presuntuoso ruolo nella vita pubblica, nonostante i miei anni, i miei malanni e la mia mediocrità.

Grazie a quelli che mi hanno insegnato qualcosa in questi anni.
Sono entrato in consiglio in forza del peggiore errore politico e umano che abbia mai compiuto in vita mia.

Ho dato idee, anche buone, spesso non ascoltate. Ho cambiato anche parere, potendo discutere. Tutto è frettoloso se la comunicazione si incentra in un solo vertice, il sindaco.

Per questo, insisto, lavorare insieme, in tanti, dopo la vittoria, in in percorso condiviso, è un perno essenziale del cambiamento partecipato.

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Pubblicato il 27 Settembre 2021
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