“Serve un dialogo con i talebani”: a Glocal si parla di Afghanistan
Nella terza giornata del Festival Glocal, i giornalisti Cecilia Sala e Lorenzo Cremonesi hanno parlato di Afghanistan e della necessità che l'Occidente si interessi di quanto avviene a Kabul
Una scuola elementare piena di bambini. Fra loro, due uomini armati: lì, non per minacciare i docenti o spaventare i piccoli, ma per imparare a leggere e scrivere.
Questa immagine, contraddittoria in apparenza, è invece una delle tante facce della realtà dell’Afghanistan attuale raccontata oggi a Glocal, il festival del giornalismo della città di Varese, da Cecilia Sala e Lorenzo Cremonesi.
I due giornalisti, recentemente rientrati da Kabul, sono stati i protagonisti del panel “Il tempo che torna indietro, l’Afghanistan e il ritorno dei Talebani“: il giornalista di VareseNews, Tommaso Guidotti, ha introdotto le loro approfondite riflessioni su una situazione verso la quale i giornali sembra abbiano spento i riflettori.
«Si potrebbe parlare di “Corsi e ricorsi storici“, citando Giambattista Vico – ha esordito Cremonesi – evidenziando però che l’Afghanistan di oggi è uno stato diverso rispetto a quello degli anni ’90: ci sono strade, infrastrutture e una modernità di cui occorre tenere conto».
SE NE PARLA SEMPRE MENO
«L’interesse mediatico sull’argomento è scemato – ha evidenziato Cremonesi – le testate sono restie a continuare a dare spazio a quanto sta succedendo con i talebani: “Se ne è parlato troppo” rispondono».
Ma troppo non è, se serve a comprendere dinamiche intricate, in grado di condizionare gli equilibri geo-politici mondiali, oltre che il destino di tante persone.
Attenzione dunque verso ciò che hanno commesso i talebani, durante la loro salita al potere, ma contestualizzando omicidi e vendette politiche alla guerra civile, in cui da sempre, ovunque – anche in Italia nel secondo dopoguerra – ha portato a migliaia di morti.
Tanti profughi sono scappati, ma «Chi è andato via ha creato problemi a chi restava, chi collaborava con le organizzazioni internazionali o viveva in zone presiedute dai talebani più sanguinari che non sempre sono riusciti a scappare. È stato spogliato questo Paese della classe dirigente, medici e tecnici, che sarebbero stati importanti per lo sviluppo futuro».
IL DIALOGO CON I TALEBANI
Le colpe – tante e innegabili – dei talebani non possono però esimerci dalla necessità di avere uno sguardo proiettato al futuro di quello Stato.
«O si fronteggiavano davvero i talebani, con una cultura di guerra capace di comprendere quanto stesse avvenendo e insegnando agli afghani a combattere – ha rimarcato più volte il giornalista del Corriere della Sera – o adesso si prende atto della necessità di discutere con i talebani. Se non si combatte per gli ideali in cui si crede, il nemico impone i suoi valori».
Un dialogo che risulta necessario anche riguardando al passato: «Negli anni ’90 l’Occidente si è completamente disinteressato dell’Afghanistan. Questo è un errore da non ripetere. Gli afghani hanno la colpa di non aver combattuto, di non essersi difesi dall’avanzata dei talebani. È innegabile che chi ora è al potere rappresenti una larga fetta della popolazione e occorra dialogarci. Loro stessi chiedono di essere ascoltati – come lo chiesero invano dopo il 2001 – e non si può ignorarli. Se non discutiamo con loro, la loro componente più integralista prevarrà. Sono un movimento complesso che va capito e ascoltato, l’alternativa era combatterli, ma non lo abbiamo fatto».
I TALEBANI A SCUOLA
Una riflessione accolta anche da Cecilia Sala: «I talebani si ritrovano a dover amministrare uno stato vasto, ricco di infrastrutture, totalmente differente dall’Afghanistan degli anni ’90. Vogliono imparare a farlo, ma è necessario saper leggere e scrivere e tanti talebani sono analfabeti. Per questo è possibile accada che nelle scuole, fra i bambini, ci siano anche guerriglieri armati».
La giornalista de “Il Foglio” ha messo in luce anche le contrapposizioni createsi fra Isis e talebani, con un attentato durante un funerale in cui c’era la presenza dei talebani: un esempio del rischio che il fondamentalismo dei terroristi dilaghi nel Paese. «L’Isis è interessato a far diventare il Paese la loro base storica». L’Occidente non può dunque restare fermo.
Per arginare questo rischio, la soluzione è quella di non voltare le spalle verso ciò che accadrà a Kabul: il dialogo non può essere differito ed è su questa parola, fondamentale per il futuro, che si è chiuso questo approfondimento sull’Afghanistan.
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