L’Avvocatura dello Stato ricorre in Cassazione contro l’indennizzo a Stefano Binda
Al 57enne di Brebbia riconosciuti 212mila euro come somma per ingiusta detenzione. Ma i legali dello Stato dicono no. Battaglia legale degli avvocati Esposito e Martelli

L’avvocatura dello Stato ha presentato ricorso in Cassazione contro la decisione di indennizzo per ingiusta detenzione a beneficio di Stefano Binda, 57 anni di Brebbia. L’uomo, come è noto venne ingiustamente detenuto per un anno e mezzo, accusato di essere l’assassino della giovanissima Lidia Macchi uccisa con 29 coltellate e abbandonata a Cittiglio in una zona boschiva.
Le indagini dopo 31 anni si indirizzarono sul laureato in filosofia che conosceva la ragazza e il primo grado a Varese, dopo un processo indiziario, portò alla sentenza di ergastolo poi ribaltata in Appello (nella foto, il momento della lettura della sentenza) e in Cassazione. Forti di questa decisione il legali Patrizia Esposito e Sergio Martelli, avevano presentato una richiesta per ingiusta detenzione che alla fine di un lunghissimo corso e ricorso giudiziario ha portato alla decisione della corte d’Appello di Milano per l’erogazione di 212mila euro, due terzi della somma di 303 mila euro originariamente richiesti, per via di un vizio per colpa lieve.
Di oggi la notizia dell’ulteriore impugnazione da parte dell’Avvocatura (tutela in sede giudiziaria gli interessi patrimoniali e non patrimoniali dello Stato) alla Suprema corte. Laconico il commento dei legali di Binda, il quale aveva fatto sapere di volersi riservare di impugnare la decisione dei giudici di Milano, per poi decidere di dare mandato agli avvocati di andare avanti per avere la cifra completa per aver passato 1.286 giorni dietro le sbarre: il ricorso verrà presentato venerdì sempre in Cassazione.
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